Sulla leadership

Tornare in Sardegna e parlare di politica significa spesso anche affrontare il tema della leadership, e questo è tanto più vero quando, come me, si è scelto un partito che ha rifiutato il “liderismo” non solo a parole, ma nei fatti (come dimostrato dal fatto che figure che pretendevano di avere un ruolo egemonico sottratto a ogni critica e verifica, si siano allontanate dal progetto).

Nelle discussioni che nascono inevitabilmente su questo tema, molti ripetono che, comunque, un leader, o dei leader, servono ad un progetto politico. Il problema è anche come intendere la leadership.

In Italia, e in Sardegna, ché su questo tema ha fatto propri i vizi italiani, il leader nelle organizzazioni politiche è inteso come una figura carismatica e che, in virtù del proprio carisma e di doti eccezionali, ha il diritto di decidere, guidare, fare e disfare a suo piacimento. Il modello del leader italiano è un modello elitario: il leader e la sua cerchia ristretta hanno l’esclusiva e il monopolio delle informazioni, informazioni che passano al resto della organizzazione (gli attivisti, gli iscritti al partito, ecc.) solo al fine di manipolare e accrescere il proprio potere. Dunque, oltre al carisma e alle doti eccezionali, il leader italiano non è criticabile perché è il depositario unico della conoscenza.
Possiamo pensare a casi italiani, a destra come a sinistra. Ma, per chi l’ha vissuta, una simile dinamica si era anche vista in iRS pre-spaccatura, quando un ristretto gruppo deteneva l’esclusiva sulle informazioni importanti riguardo le dinamiche interne, usandole opportunisticamente per i propri scopi egemonici. In questo senso, la leadership di iRS, anche quella -a parole- democratica, funzionava come le agenzie immobiliari: trattenendo informazioni o rivelandole solo parzialmente a seconda dei propri fini era possibile manipolare gli attivisti.

In Gran Bretagna invece il concetto di leadership è molto diverso. Una definizione che mi è piaciuta è quella secondo cui il leader è “colui che si assicura che tutti puntino verso la Stella Polare”.
In questa definizione ci sono diversi elementi importanti:

  1. Il leader non ha il monopolio della conoscenza, ma è colui che aiuta gli altri ha ottenere la conoscenza necessaria a raggiungere gli obiettivi. Ovvero, il leader è colui che condivide conoscenze e gli strumenti necessari ad ottenerle. Insomma, una definizione che invece che essere elitaria (del tipo: noi siamo la classe dirigente), è inclusiva.
  2. Il prestigio del leader non si basa su carisma o doti eccezionali che sarebbero appannaggio esclusivo del leader, si basa sul saper cogliere dati di fatto. La posizione della Stella Polare è un dato di fatto, un dato oggettivo (chiunque può verificare dove sia la Stella Polare). Ovvero, le capacità del leader si rivelano non perché le persone si fanno affascinare dal sua carisma o dalla sua intelligenza, ma perché il leader aiuta ad acquisire dati di fatto che possono portare a soluzioni. In questa definizione sussiste il principio che la leadership sia comunque sottoposta a verifica e discussione: un leader che sbagli nell’indicare la Stella Polare, e fa sbagliare gli altri, non sarebbe un buon leader.
  3. Infine, in questa definizione è incluso il principio che il leader aiuti gli altri a diventare essi stessi leader: se uno apprende le competenze per trovare la Stella Polare, a sua volta potrà passare queste competenze ad altri e fare in modo che altri possano puntare verso la Stella Polare. In questa definizione c’è un principio democratico, secondo cui il leader fa in modo che altri maturino quelle qualità necessarie a guidare.
Dunque, la leadership può essere utile nelle organizzazioni se intesa nel modo “britannico” descritto sopra: La leadership intesa in questo modo non serve a delegare responsabilità, quanto a contribuire a ché tutti i membri dell’organizzazione prendano le proprie responsabilità. Una repubblica giusta e prospera nascerà solo dalla presa di responsabilità di ogni cittadino di Sardegna, non dal semplice rinnovo di una “classe dirigente” a cui delegare le proprie responsabilità.

Impresa Sardegna

In una trasmissione di Videolina, l’onorevole La Spisa si lamentava del fatto che uno dei problemi della Sardegna fosse la mancanza di imprenditori e spirito imprenditoriale.

Sicuramente io non sono rappresentativo, ma nella mia esperienza personale tra i sardi che conosco ce ne sono molti che, nel loro piccolo, fanno impresa o sono imprenditori.
Le statistiche, quelle che sono riuscito a trovare, sembrano anche confortare questa mia impressione: il 25% della forza-lavoro sarda lavora in proprio (una percentuale maggiore rispetto ad altre regioni dalla celebrata mentalità imprenditoriale come il Veneto).

Per quanto questo sia un dato molto approssimativo e limitato, esso sembra indicare che esista una consistente percentuale di sardi disposti a mettere a frutto le proprie iniziative e idee nel lavoro, ovvero fanno impresa.

La domanda che ci si dovrebbe fare è allora: perché questo potenziale di imprenditori non incide abbastanza sul profilo economico sardo, creando maggiore benessere?

Gli ostacoli a fare di questi imprenditori storie di successo economico sono, secondo me, sopratutto nelle politiche e nelle istituzioni. La Spisa e gli altri eletti per amministrare la Sardegna dovrebbero perciò prendersi la loro parte di responsabilità invece che scaricarle facilmente.

Quali sono questi ostacoli a creare benessere dall’esistente imprenditoria sarda? Secondo me ne esistono fondamentalmente tre. La mia esperienza è molto limitata, sarei quindi felice di discuterne e rivedere le mie opinioni se qualcuno potesse mostrare evidenza per sostenere opinioni diverse.

a) Mancanza di accesso al credito. Le banche in Sardegna sono, tutte o quasi, gestite da gruppi basati fuori dalla Sardegna, e che quindi non hanno fondamentalmente a cuore l’interesse della Sardegna (né, probabilmente, sufficiente conoscenza del tessuto economico sardo). La mancanza di accesso al credito impedisce a una impresa di espandersi e avere successo.

b) Mancanza di competenze tecnologiche a servizio delle imprese. Fare impresa di successo non e’ solo questione di espandere l’impresa, è spesso questione di innovare. Ma per innovare e’ necessario avere conoscenze tecniche, competenze che molti imprenditori non hanno e non possono avere. In Sardegna esiste pochissima comunicazione tra impresa e ricerca, o impresa e università, e questo è uno dei campi in cui i nostri amministratori potrebbero decisamente fare di più e meglio.
c) Mancanza di competenze organizzative. Ingrandire una impresa e farla divenire una storia di successo è anche questione di organizzare l’impresa per ottenere nuovi obiettivi (per esempio, organizzare una infrastruttura per assicurare che i prodotti di un caseificio siano esportati). Non tutti gli imprenditori possono possedere queste competenze, e sarebbe perciò importante se gli amministratori potessero favorire la coordinazione tra imprese e mettere a disposizione queste competenze organizzative

In tutti questi tre fattori indicati sopra, il governo della Sardegna potrebbe fare molto, ma non fa.

Il fatto che l’impresa sarda non crei maggiore benessere è dunque un fallimento della politica. L’imprenditoria è una impresa collettiva, come sostiene l’economista Ha-Joon Chang, tra gli altri: non bastano gli imprenditori da soli, gli imprenditori hanno bisogno di una serie di strumenti e infrastrutture che solo l’azione collettiva, e prime fra tutte la politica, può mettere a disposizione. Senza dimenticare la parte di responsabilità che ognuno ha, il basso profilo dell’impresa sarda dovrebbe costituire un segnale che spinga gli amministratori sardi  a prendere atto delle proprie mancanze nei confronti di chi gli ha eletti.

Sardinian Pop-Star

Il Sardinia(n) Post riporta la notizia che la Regione Sardegna ha stanziato 150 mila Euro per formare un numero di giovani sardi che aspirano a diventare Pop-Star. Il progetto chiamato “Sardegna rock – Sardegna pop”  beneficerà, oltre ai giovani sardi selezionati, il paroliere noto come Mogol, il quale ha fondato e dirige l’altisonante  “Centro Europeo Tuscolano” che forma studenti nell’arte di interpretare e scrivere musica leggera.

Questa settimana, ancora una volta, i media confermano la gravità del problema della dispersione scolastica in Sardegna. Ma l’assessore regionale Milia ci conforta: il progetto di spedire  (a spese dei contribuenti) giovani sardi di talento per fargli imparare a interpretare e scrivere musica potrebbe essere “da stimolo per tanti ragazzi sardi che a volte smarriscono la strada dell’istruzione“.

Sarcasmo a parte, quello che mi colpisce di questa vicenda sono due cose:
1) La mancanza di una logica e una coerente visione a lungo termine.
In ogni amministrazione pubblica decorosa, il problema della dispersione scolastica sarebbe visto come una emergenza (inutile dire che un problema del genere dovrebbe meritare le prime pagine dei giornali e dovrebbe meritare maggiore attenzione da parte dell’accademia sarda).
Preso atto del problema, una amministrazione pubblica decorosa stilerebbe un piano di intervento per affrontare questo problema, un piano coerente e in cui i vari interventi rientrino in questa logica.
Per esempio, ammesso che la dispersione scolastica sia causata, in parte, dalla percezione della mancanza di prospettive dopo gli studi, una amministrazione decorosa potrebbe invogliare diversi studenti a incanalarsi verso discipline e competenze che sono ricercate e ben retribuite. Per esempio, esiste un gran bisogno di persone in grado di analizzare dati e queste persone sono ricercate e retribuite nel mercato del lavoro. Una amministrazione decorosa potrebbe allora cercare di orientare studenti verso l’apprendimento di competenze quantitative.
In mancanza di una logica, gli amministratori sardi si lasciano facilmente affascinare dalla pubblicità, dalla propaganda e dal “sensazionalismo”. Ecco allora che fondi destinati a sviluppare competenze quantitative vengono dirottati per corsi di danza: la danza è senz’altro più affascinante e cattura la fantasia dei nostri amministratori. O basta un nome famoso che propone corsi per pop-star che i nostri amministratori si precipitano a dare tutto il supporto necessario per il sogno di diventare celebrità.

2) Il secondo aspetto che mi colpisce in questa vicenda è l’assoluta mancanza di responsabilità di chi amministra la Sardegna. Verrebbe da pensare che un assessore regionale può evidentemente disporre di fondi pubblici e della famosa “cosa pubblica” come meglio crede. Mi chiedo infatti quanti hanno vagliato, testato e valutato lo stanziamento di 150 mila Euro per un progetto per giovani pop-star.
In una amministrazione pubblica decente una simile decisione sarebbe stata messa in discussione chiedendo all’amministratore che l’ha sponsorizzata di dimostrare quali benefici ci si aspetta da questa iniziativa, come questi benefici saranno quantificati e quando saranno valutati. Mi potrei sbagliare, ma immagino non esistano precise definizioni dei risultati intermedi e a lungo termine che questa iniziativa “Sardegna pop” dovrebbe ottenere. In definitiva, l’iniziativa finirà come tante altre di questo genere: nessuno saprà o verificherà se ha avuto effetti, che risultati si sono ottenuti, nessuno renderà conto di aver speso 150 mila Euro di soldi pubblici per una iniziativa senza una logica coerente.

La liberalità con cui gli amministratori della Sardegna elargiscono fondi per iniziative “sensazionalistiche” di questo genere dimostra il problema di una società a basso tasso di democrazia, dove gli amministratori possono disporre della cosa pubblica senza dover rendere conto puntualmente di come gestiscono quello che dovrebbe essere un mandato, non una investitura.

Visionari, visioni e storia. Da Londra alla Sardegna

  Belfast, Northern Ireland, 1st of August 2012

La cerimonia inaugurale delle olimpiadi di Londra ha probabilmente sorpreso e confuso alcuni. La prima considerazione che si potrebbe fare è che un regista di origine irlandese e non esattamente conformista, Danny Boyle, è stato chiamato a organizzare una cerimonia usata in genere per esaltare la storia e il patrimonio culturale di una nazione. Non solo, Danny Boyle è stato lasciato libero da interferenze politiche, dando una visione personale di ciò che è giusto esaltare nella storia delle nazioni del Regno Unito.

Non a tutti questa libertà concessa all’artista è piaciuta: alcuni membri del partito conservatore hanno lamentato che la visione della storia del Regno Unito proposta da Boyle era troppo “di sinistra” e qualcuno si è lamentato che la cerimonia non era altro che un costoso spot elettorale per il partito Laburista.

Quest’ultima frase illustra qual è il fulcro della questione: ovvero, il senso che si vuole dare ad essere nazione, quali sono gli elementi che si vogliono esaltare, elementi cardine per identificarsi con una storia e una serie di valori condivisi. Come dicevo in un altro post, ogni cultura è complessa e stratificata, e spesso contiene elementi diversi e a volte in contrasto tra di loro

La polemica sulla cerimonia inaugurale dimostra questa complessità e stratificazione nel caso del Regno Unito. I conservatori privilegiano una interpretazione che vede il Regno Unito come portatore di civiltà nei quattro angoli del mondo attraverso la costruzioni di un impero che, nonostante alcuni eccessi, sostanzialmente arricchiva le popolazioni “indigene” attraverso il trasferimento di competenze tecnologiche e di istituzioni democratiche (vedi le posizioni di alcuni storici revisionisti).

I conservatori poi tendono a enfatizzare, con qualche maggiore fondamento, il ruolo che le élite hanno svolto sia nel difendere i principi di libertà individuale, per esempio contro le aspirazioni assolutiste dei monarchi, sia nel creare imprese che hanno prodotto ricchezza e progresso tecnologico durante la rivoluzione industriale (nonostante questa ricchezza fosse stata a lungo appannaggio dei pochi, in contrasto ai molti che facevano parte della working class).

Tuttavia, una visione differente mette in risalto altri aspetti della storia di nazioni quali Inghilterra, Scozia, Galles, e senza scordare che la storia d’Irlanda è legata strettamente a quella del Regno Unito.

In contrasto alla narrazione conservatrice che esalta esclusivamente il ruolo delle élite, Danny Boyle ha messo in risalto il ruolo che la generale tradizione di “dissenso” ha avuto nel fare del Regno Unito un paese inclusivo e tollerante, e un paese culturalmente vivace. La tradizione del dissenso era rappresentata nella cerimonia dai richiami al movimento delle suffragette, un movimento popolare che reclamava il diritto al voto per le donne.
Ma quello delle suffragette non era che uno dei tanti movimenti popolari e partecipativi (ma non di massa) che nel Regno Unito si organizzavano dal basso per difendere diritti che ora consideriamo inalienabili. Pensiamo al movimento cartista e altri movimenti e correnti di pensiero (incluso il “non-conformismo” delle confessioni protestanti che rifiutano le autorità ecclesiastiche).
Diversi storici recentemente hanno messo in evidenza che se il Regno Unito è un insieme di nazioni inclusive, tolleranti e meritocratiche, lo si deve molto a movimenti libertari, progressisti o radicali, organizzati dal basso per ottenere diritti per tutta la cittadinanza.
E l’inclusività è un altro degli aspetti che Danny Boyle ha voluto esaltare durante l’inaugurazione delle olimpiadi. A un certo punto, si potevano vedere una serie di persone (la maggior parte di colore) che venivano da una nave con i bagagli in mano: un accenno alle migliaia di persone di origini afro-caraibica, indiana e pakistana che nel dopoguerra si trasferirono e iniziarono una nuova vita nel Regno Unito. Ora queste persone e le loro culture sono parte integrante del tessuto socio-culturale delle nazioni del Regno Unito.

In questo filone che ristabilisce l’importanza nei movimenti partecipativi nel creare un paese più giusto e più inclusivo, Danny Boyle non poteva non esaltare una delle istituzioni che rappresenta l’apice delle aspirazioni di molti movimenti libertari o progressisti che si sono succeduti nel Regno Unito: il servizio sanitario nazionale.
L’esaltazione di questa istituzione è molto significativa, perché come spiegavo in questa trasmissione radio (4a puntata), il sistema di assicurazione sociale universale è il lascito della vittoria del Regno Unito nella 2a guerra mondiale; è ciò per cui i cittadini delle nazioni del Regno Unito in fondo avevano sofferto e combattuto. Il risultato più importante della guerra non fu qualche conquista territoriale, ma fu la difesa della democrazia e un sistema di assicurazione sociale che garantiva un tenore di vita decente a tutta la cittadinanza.


Ma se nel Regno Unito esistono almeno due narrative riguardo il senso di essere un paese, in Sardegna purtroppo ancora vediamo una sola narrativa imperante. Uno dei problemi e’ che siamo stati noi sardi a non saperci raccontare la nostra storia, a lasciare che altri ce la raccontassero e ci raccontassero.
Per questo penso sia importante riappropriarci della nostra storia.

Ma nel farlo, è anche importante non rifare gli errori di altri paesi. Per questo dissento con chi parla di una primaria necessità di una nuova classe dirigente in Sardegna, come se da nuove élite seguisse tutto il resto.
Il concetto di “classe dirigente” è del resto un concetto molto italiano, sintomo del fatto che l’Italia in quanto nazione è solo un insieme di interessi di alcuni gruppi chiusi : dietro le élite non c’è niente che tenga unito questo paese se non la retorica, e infatti possiamo dire che l’Italia rimane solo “una espressione geografica”.


Non sono le élite da sole che fanno una nazione, e non sono soprattutto le élite da sole che fanno una nazione giusta, coesa ed equa.
Nella storia sarda, abbiamo diversi esempi di movimenti partecipati che hanno cercato di reclamare istituzioni più giuste, eque e che lavorassero nell’interesse generale della cittadinanza sarda. Pensiamo alla partecipazione popolare alla Sarda Rivoluzione, con il popolo cagliaritano spesso coinvolto direttamente nelle riunioni dei parlamenti sardi. O pensiamo al primo sardismo, o ancora all’esperienza de “Su Populu Sardu”. E non è un caso che furono proprio le élite sarde a fermare lo slancio di questi movimenti partecipati: basti considerare per esempio come la “classe dirigente” sardista (i Bellieni e i Lussu) smorzarono ogni radicalismo e progetto indipendentista della base del Partito Sardo d’Azione di allora.

Ma come dimostra la storia delle nazioni del Regno Unito, è fondamentale per creare una nazione giusta e inclusiva il ruolo che i movimenti partecipativi hanno nell’avanzare politiche nell’interesse generale, e nel creare politiche che abbiano autorevolezza non perché nascono dalle migliori menti delle élite, ma perché provengono da una elaborazione allargata.

Insomma, forse la Sardegna, pur con tutto ciò che la differenzia e la contraddistingue, potrebbe guardare a questo arcipelago di isole, la Gran Bretagna, e prendere alcuni spunti per cercare di realizzare in terra quell’ideale di giustizia e pace espresso dai bellissimi versi di William Blake che hanno aperto la cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi:
“I will not cease from Mental Fight;
nor shall my Sword sleep in my hand;
till we have built Jerusalem
in Englands green & pleasant Land”

Sardi invidiosi, giapponesi pigri e tedeschi ladri


Discutendo della Sardegna capita spesso (troppo spesso) che qualcuno pretenda di chiudere la discussione tirando fuori il “Locos, pocos y mal unidos”.

Con questa frase si vuole dimostrare che esiste un “carattere nazionale” dato per sempre, un carattere che è un destino ineluttabile. Inutile che noi sardi cerchiamo di migliorarci, tutto inutile, perché siamo e saremo sempre “locos, pocos…” e non possiamo sfuggire alla nostra cultura o alla nostra storia.
Un tempo non troppo lontano era di moda dare la colpa alla “razza”, le caratteristiche ereditate geneticamente. Da un riduzionismo genetico oggi si è passato ad un riduzionismo culturale: ci sono culture “inadatte” alla democrazia e a ogni tipo di progresso (vedi la tesi dello “scontro tra civiltà”).

Eppure, uno si potrebbe accorgere che culture che ora vengono ritenute terreno ideale per il progresso economico e sociale erano, non troppo tempo fa’, considerate invece un ostacolo concreto e reale alla democrazia e al progresso sociale ed economico.
Ha-Joon Chang, un economista coreano che insegna a Cambridge, nel libro “Bad Samaritans” intitola un capitolo così: “Giapponesi pigri e tedeschi ladri“. In questo capitolo l’autore dimostra che, prima del loro progresso economico, i giapponesi erano spesso descritti come pigri e incapaci di lealtà (!) e i tedeschi come ladri, non rispettosi delle regole ed eccessivamente emotivi (!). Diversi osservatori stranieri davano la colpa di queste caratteristiche alle specifiche culture di Giappone e Germania: insomma, si diceva che questi paesi erano culturalmente incapaci di progresso sociale ed economico per via della loro cultura.

Diversi economisti affermano invece che certe caratteristiche di una cultura e quello che spesso è definito “carattere nazionale” siano, in parte, il risultato di pratiche economiche e istituzioni che forniscono incentivi a diversi tipi di comportamento.
Se questo è il caso, i cosiddetti “caratteri culturali” possono essere cambiati e migliorati da pratiche virtuose e buone istituzioni (come è capitato in Giappone e Germania nel dopoguerra, per esempio).
Certo che la cultura conta; ma ogni cultura è complessa e sfaccettata: se ci sono elementi che possono giustificare e promuovere pratiche “perverse” (come, per es., l’evasione fiscale), esistono nelle culture elementi che possono essere invece usati per promuovere pratiche virtuose.

In un libro uscito recentemente altri economisti sottolineano l’importanza che buone istituzioni hanno nel determinare il benessere di una nazione: “Istituzioni economiche inclusive [...] sono quelle che permettono e incoraggiano la partecipazione della maggior parte dei cittadini ad attività economiche che mettono a frutto i talenti e le abilità , e che permettono agli individui di fare le scelte che desiderano“.

In contrasto col tanto citato “locos, pocos…” ci sono nella storia della Sardegna tanti esempi di solidarietà tra sardi e di coesione.
Penso, per esempio, alla vicenda dello “sfollamento” durante la II Guerra Mondiale, quando molti sardi condivisero il poco che avevano per aiutare i loro amici e lontani parenti sfollati dalla città colpita dai bombardamenti.
Penso agli esempi di coesione tra diverse categorie sociali sarde durante il triennio della Sarda Rivoluzione.
Non sono gli esempi di solidarietà e di coesione che mancano in Sardegna e nella storia sarda, ma attualmente mancano le buone istituzioni che permettano ai sardi di mettere a frutto il meglio di sé.

Cosa manca a Cagliari rispetto alle Shetland?

Dando uno sguardo alle statistiche sul PIL nelle regioni scozzesi e quelle sarde  una cosa mi aveva incuriosito: nel 1995 le isole Shetland producevano lo stesso PIL della regione di Cagliari. Nel 2008, il PIL pro-capita delle Shetland era cresciuto rispetto a quello della regione di Cagliari.
La domanda che mi sono fatto è dunque come hanno fatto le isole Shetland a far crescere la loro economia in confronto alla provincia di Cagliari ?


L’articolo riporta che nelle isole Shetland i pescatori del luogo stanno per ottenere la certificazione di sostenibilità ambientale per i crostacei pescati in queste isole. Grazie a questa certificazione, i pescatori sperano di esportare questo prodotto locale nei ristoranti di lusso e nei supermercati europei, conquistando i consumatori più consapevoli e attenti alle tematiche ambientali. Nello stesso tempo, la sostenibilità del metodo di pesca dovrebbe garantire che questa produzione continui nel tempo e non si esaurisca nel breve periodo.
Due elementi sono da evidenziare in questa storia:

Il primo è la commistione di locale e globale. Le Shetland hanno una lunga tradizione di pesca e una consolidata esperienza nel settore. Invece che lanciarsi in settori senza un tessuto di conoscenza e infrastruttura locale che li sostenga (vedi l’esempio poco fortunato della chimica sarda), le Shetland puntano su un settore tradizionale. Tuttavia, non è un ritorno a “su connotu” quello delle Shetland, non un mero ritorno alle tradizioni, ma un ripartire dalla tradizione guardando ai trend globali e riconoscendo come quella tradizione può essere messa a disposizione di un mondo globalizzato, valorizzando e capitalizzando su quella tradizione. Ovvero, invece che un chiudersi nella tradizione, riconoscere il valore che quella tradizione ha nel rispondere ad una domanda globale (la domanda per prodotti di qualità che rispettino criteri di sostenibilità). Le Shetland hanno il merito di rivitalizzare il patrimonio locale di conoscenze e risorse senza chiudersi al mondo, ma mettendole a disposizione del mondo in modo consono alle esigenze locali. Usare la globalizzazione per valorizzare e capitalizzare sul locale.

L’altro elemento interessante è la coniugazione di tradizione e innovazione. Ovvero, al di là della conoscenza tradizionale nel settore, i pescatori delle Shetland utilizzano metodi sviluppati dalla locale accademia nautica per scandagliare i fondali e assicurarsi che lo sfruttamento della risorsa naturale non metta in pericolo quella stessa risorsa. L’elemento chiave è la sinergia tra ricerca, innovazione, e risorse umane presenti nel territorio.

Le lontane e remote Shetland ci forniscono un esempio di localizzazione, di come la tradizione e il patrimonio naturale e culturale di conoscenze si può coniugare con la ricerca e l’innovazione e di come sia possibile usare la globalizzazione per poter creare benessere in modo sostenibile e compatibile con le esigenze del territorio. In una Sardegna che piange miseria in virtù della propria insularità, dove c'è scarso investimento in ricerca e sviluppo, e dove alcuni invocano semplicistici e illusori ritorni a “su connotu”, forse dovremmo guardare a queste piccole isole e riflettere.

di Oliver Perra 

PS: mentre tutto quello detto qua sopra rimane valido, bisogna anche ricordare che le isole Shetland usufruiscono di pagamenti del governo per compensare l'impatto delle piattaforme che raccolgono petrolio nel Mare del Nord.


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February 1943

The signs of the Allied bombing (1943) still visible.




Cagliari, Sardinia, was an important strategic base for the Italian Navy and Air Force during WWII being mid-way between the European Mainland and Africa.
Apart from the harbour, an important naval base, many important military airports were in the outskirts of Cagliari.

Cagliari remained relatively unscathed by the war until February 1943. In that month, the Allies (lead by the US Air Force) launched a series of strikes directed not only against the harbour, airports and factories around Cagliari, but also against the civil population. Cagliari was heavily bombed, not being appropriately prepared to counter an attack of this scale.

According to the stories that my grandmothers told me, the population was also unprepared and the initial wave of allied bombings took many by surprise (including my grandmother, who used to tell me she hid in an alleyway near the port during the first allied bombing, hardly an appropriate sanctuary against that scale of bombing).

After several waves of bombing, many parts of the city were left in a rubble, and after the spring many inhabitants of Cagliari, homeless and fearing for their lives (and the increased rate of crime and instability in the city) decided to leave what remained of the city. Whoever had the possibility moved to villages and small towns in the countryside. The citizens of Cagliari were often hosted in the villages by relatives and/or friends. The villagers shared their houses and whatever little food they had with people from the city with whom they often had very loose connections. It was a very moving display of solidarity between fellow Sardinians.

After September 1943, when Italy switched side in the war, Cagliari and Sardinia were occupied by the German Army. The German occupation did not last long however, as the Germans retreated to mainland Italy to strengthen their positions there. None of the atrocities perpetuated in Italy took place in Sardinia during the German occupation, also because no partisan movement developed in Sardinia during this period. When the Germans left, the American Army occupied Sardinia.

In my grandmothers' stories, the Germans were always described as orderly. On the contrary, they often referred to the unruly behaviour of American soldiers. The Americans however were pivotal in eradicating malaria from Cagliari. They heavily used the pesticide DDT to sanitise many areas, eradicating malaria almost completely. Until not long ago it was still possible to see walls in the town with a stencilled "DDT" and the date, indicating the date of the sanitation.

The picture above was taken in 2007. This was the rubble left by the bombing of 1943 in the centre of Cagliari, in the spot where a theatre used to be. Over 60 years after the bombing, it was still possible to see the signs of this event.
Soon after I took this picture, the rubble was eventually cleared, and the theatre has been renovated, although it remains an open-air, roofless theatre.

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28 Aprile 1794

Il 28 Aprile 1794 il popolo di Cagliari insorgeva per difendere due avvocati sardi dall’arresto comandato dal viceré piemontese. Da quell’episodio nacque una rivolta generale e la Sarda Rivoluzione.

Quello che seguì fu l’autogoverno dei sardi sulla Sardegna, un governo in cui gli Stamenti agirono come veri e propri parlamenti e avviarono diversi tentativi di riforma istituzionale che cercavano di venire incontro alle esigenze di una società che cambiava e che guardava alle istanze di rinnovamento provenienti dal resto d’Europa, prevalentemente dalla Francia dove andavano compiendosi alcune delle idee illuministiche attraverso la rivoluzione.

Tra queste riforme era stata anche la concessione a rappresentanti del popolo cagliaritano di partecipare ai lavori degli Stamenti, permettendo alle masse popolari di compartecipare alla gestione della cosa pubblica in qualche misura.
Quella rivoluzione rimase incompiuta. Sconfitta l’ala reazionaria a Cagliari e Sassari, molti dei riformatori non vollero seguire le conseguenze dell’opera che avevano iniziato. Mentre Angioy e i democratici proponevano un quadro di riforma istituzionale radicale e l’abolizione del feudalesimo con l’acquisizione dei diritti feudali attraverso un equo compenso ai feudatari, i riformatori “ravveduti” (come vennero ironicamente chiamati), per timore di una riforma radicale si riproponevano una piattaforma che mirava solo a dare all’élite sarda qualche ruolo limitato nell’amministrazione della Sardegna. Una piattaforma, quella dei ravveduti, che è stata definita autonomista e che aveva ormai perso ogni funzione e slancio.




Quella rivoluzione rimane un cammino non portato a termine, un nodo non sciolto. Ma questo fallimento non era inevitabile, non era predestinato e non era nella logica delle cose. Questa ricorrenza dovrebbe fornirci la consapevolezza che allora si sarebbe potuto fare. Si sarebbe potuto avviare una riforma istituzionale che avrebbe concesso maggiore libertà e prosperità alla nazione sarda. Si sarebbe anche potuto fondare una repubblica, come alcuni dei rivoluzionari democratici proponevano. Si sarebbe potuto fare tutto questo ma le contingenze e le scelte di alcuni hanno determinato l’interruzione di quel cammino.
Si sarebbe potuto fare allora, e questa giornata dovrebbe ricordarci che di fronte ad altri punti nodali della storia, potremo fare di nuovo, avremo di nuovo la responsabilità delle nostre scelte.

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