Una Sardegna possibile che c'e' stata

Girando per i paesi del Campidano e dintorni spesso si vedono i resti di case ed edifici in stile Liberty, quello stile architettonico e decorativo noto in Francia e nel mondo anglosassone come 'Art Nouveau'. Alcuni di questi edifici sono cadenti, ma le decorazioni floreali e le linee leggere rivelano i tratti di questo stile che, tra fine '800 e primi del '900 sposava le tecniche di produzione di massa con un interesse per le forme ispirate alla natura.

Questi edifici furono costruiti nei primi del '900, per la maggior parte prima dell'entrata dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale. La presenza massiccia di edifici in stile Liberty, o Art Nouveau, suggerisce che nei primi anni del '900 ci sia stato un 'boom' edilizio in Sardegna, e -ho immaginato- una discreta crescita economica in quel periodo.

Questa ipotesi mi e' stata confermata da alcuni dati che ho potuto trovare online. Nei primi del '900 ci fu in Sardegna una crescita della produzione di formaggi, dell'allevamento, e dei prodotti agricoli. Per esempio, solo nella provincia di Cagliari i profitti dell'esportazione di prodotti animali nel 1912 oltrepassavano 12 milioni di lire, un notevole aumento rispetto ai 5 milioni di lire del 1904.







Lo sviluppo economico della Sardegna nei primi del '900 era sicuramente il frutto della crescente globalizzazione. In un'Europa che diventava maggiormente integrata economicamente, i produttori sardi trovavano finalmente mercati a cui accedere, e cominciavano a trarre i frutti della loro produzione.

Avvantaggiandosi di questa globalizzazione economica, i sardi di allora sposavano anche la globalizzazione culturale, adottando uno stile 'globale' come l'Art Nouveau. Che il benessere creato si traducesse in edifici in stile "moderno" dimostra, ancora una volta, quanto sia falso il luogo comune dei sardi legati alle tradizioni arcaiche e incapaci di abbracciare la modernità: i sardi che raccoglievano i frutti di questa crescita economica volevano essere moderni europei.

E' interessante anche notare che nonostante il carattere globalizzato dell'Art Nouveau, questo stile venisse declinato in modi che rileggevano e re-interpretavano tradizioni locali. Per esempio, a Barcellona l'Art Nouveau era stata tradotta da artisti come Gaudi' in un'architettura che riprendeva elementi tradizionali catalani (per es. richiami al gotico catalano). In una certa misura questo accadeva anche in Sardegna: per esempio, immagino che gli elementi floreali dell'Art Nouveau in Sardegna traevano anche ispirazione dal gusto per la decorazione floreale che e' evidenziata negli abiti sardi tradizionali. E un grande pittore come Giuseppe Biasi faceva opere moderne attingendo alle tradizioni sarde.

Insomma, i sardi di allora traevano i frutti della crescente globalizzazione, e -siccome la globalizzazione non e'  un fenomeno a senso unico- adottavano e reinterpretavano la modernità in una chiave sarda. Le case Art Nouveau nei paesi sardi rappresentano per me la testimonianza di una Sardegna che sembrava andare sulla strada di diventare moderna, prospera, europea e sarda.

Purtroppo invece la storia prese una piega inaspettata: come sostiene lo storico Niall Ferguson, i ceti di ricchi proprietari terrieri e redditieri nei grandi paesi europei, coloro che erano maggiormente minacciati dalla crescente globalizzazione, contribuirono in modo importante nel spingere le grandi potenze alla guerra. Alla fine della guerra, ci fu il fiorire dei nazionalismi, e continui tentativi di arrestare la globalizzazione sia economica che culturale: barriere doganali, autarchia, e come risultato, stagnazione e crisi economica che colpi' la Sardegna quanto altre nazioni.

Mentre oggi diverse correnti vorrebbero arrestare o invertire la globalizzazione, continuo a pensare che un futuro di benessere e progresso per la Sardegna, come per altre nazioni, si potrebbe realizzare attraverso la globalizzazione.


Sicily and Sardinia, a story of two islands

Speaking with other non-Sardinian friends, sometimes I have to venture in explaining why the Mafia or similar infamous criminal organisations in the South of Italy had never emerged in Sardinia.

One of the explanations that I have managed to give is that Sardinia, although not poor by any standard, was never as rich of resources as countries like Sicily.

This key difference caused a huge divergence in the development of the two islands. In Sicily there were greater rewards to be ripped from controlling the resources of the land: families that could get access to these resources had greater incentives to safeguard their control over them, using violent and coercive methods when necessary. This control of the economic resources by few powerful families had to be guaranteed by exclusive political institutions, and the story of the Mafia is full of examples of Mafiosi fighting against attempts to create more inclusive and transparent institutions.

On the contrary, in Sardinia there were less incentives to gain absolute control of the resources of the land. Furthermore, for long periods of its history, Sardinia was controlled by far away authorities (the King of Aragon, the Emperor of Spain): once they gained control over the few profitable resources (e.g. mines and quarries), these rulers had little interest in gaining total control over the rest of the island economy. This granted Sardinians some degree of autonomy, and Sardinians developed more inclusive economic institutions (for example, villages in Sardinia used to share their land between villagers).

This inclusiveness has historically generated a work ethics that is quite different in comparison to that of other Mediterranean countries. Sardinians tend to value hard work and thriftiness.  This may help explain why sometimes I think about Sardinians as closet-protestants of the Mediterranean: the work ethics and the thriftiness of Sardinians often is embodied in austerity and sternness that are usually considered to be characteristics of the Presbyterian Europeans.

I believe that Sardinian history of inclusive economic institutions and the work ethics it generated could be translated into institutions that could help create prosperity for the people of Sardinia. The current economic and political institutions in Sardinia have been hijacked and have become exclusive and extractive, i.e. interested in extracting resources and income for a restricted group of people. However, the recession that has marred the whole of Italy and the increasing dearth of economic opportunities, particularly for young people, has contributed to generate increasing discontent and a desire for change and inclusive institutions.

Unfortunately, this discontent has been so far captured only by the populist Five-Star Movement, which, despite its lip-service to openness and inclusivity, does not seem to have a credible and serious agenda for creating liberal and inclusive economic institutions. On the other hand, the nationalist parties in Sardinia seem as yet unable to engage in a credible program of institutional reforms, and seem too preoccupied by identity politics (rather than bread-and-butter issues).

This is a pity: in the long run, the current extractive and exclusive economic and political institutions could eradicate the Sardinian work ethics and thriftiness, and eventually hamper any hope of a positive change for the future of Sardinia.


Un'alternativa per la scuola sarda

La scuola sarda e' in uno stato di crisi costante.  Si ripetono regolarmente gli allarmi per l'alto livello di abbandono scolastico, e il fatto che la percentuale di studenti sardi che ottengono titoli di studio secondari e oltre e' minore rispetto ad altre regioni dell'Italia. Per esempio, usando dati Eurostat aggiornati al 2012, il grafico che ho elaborato sotto mostra come il trend di abbandono scolastico e della formazione in Sardegna (la linea arancione) sia tra i piu' alti in Italia (la linea verde). Regioni nel sud d'Italia non fanno molto meglio della Sardegna: in tonalita' di grigio sono riportati i trend per tutte le altre regioni italiane, ma la Sardegna va molto peggio anche rispetto al trend generale in Europa (la linea rossa).


Non esistono, che io sappia, studi sistematici delle possibili ragioni di questo fenomeno. Mentre alcuni sostengono che una delle ragioni vada ricercata in una scuola che mira allo "sradicamento degli antichi codici culturali", ragioni piu' sostanziali potrebbero essere trovate nella cronica mancanza di risorse e investimenti nella scuola sarda.

Qualunque siano le cause di questo disastro (che si ripercuotera' inevitabilmente sul futuro delle nuove generazioni di cittadini sardi),  e' inutile pretendere di fare le stesse cose e sperare di ottenere risultati diversi.

Rifacendomi al mio post "sfasciamo lo stato", un'alternativa per la scuola sarda sarebbe dare piu' controllo e responsabilita' a livello locale: associazioni di genitori, comuni, e altri enti locali dovrebbero avere piu' liberta' nel gestire le scuole locali, anche in concorrenza con la scuola pubblica.


Penso ad un sistema che potrebbe prendere ispirazione dal sistema inglese dove assieme alle scuole pubbliche che seguono il programma nazionale, esistono altri tipi di scuole. Un tipo di scuole sono le Academies: scuole finanziate dallo stato, ma che hanno liberta' di decidere il proprio programma, e liberta' di stipulare propri contratti con gli insegnanti. Questo significa che le Academies hanno la possibilita' di pagare gli insegnanti in modo diverso rispetto alle scuole pubbliche, e di stipulare diversi termini di contratto (per es. diverse ore di lavoro). Un'altra differenza con le scuole pubbliche e' il fatto che, nonostante le Academies ricevano fondi pubblici, possono essere sponsorizzate da business, organizzazioni non-governative o caritatevoli, o altre organizzazioni.

La ragione che guida questo tipo di scuole e' quella di dare autonomia, ma -nello stesso tempo- responsabilita' agli educatori. Mentre lo stato fornisce i mezzi economici, i presidi e i consigli della scuola hanno liberta' di organizzare la scuola, dai programmi ai contratti con i docenti, assumendosi la responsabilita' di dover trovare soluzioni se la scuola non funzionasse.


Un sistema del genere in Sardegna si potrebbe articolare con un modello di partecipazione privata. In un contesto sardo, le scuole potrebbero essere gestite da cooperative private di giovani. Tutti i giovani che attualmente sono tagliati fuori dal sistema scolastico (causa la rarita' dei concorsi, ecc.), potrebbero trovare modo di lavorare in un settore scolastico parallelo a quello tradizionale statale. I genitori avrebbero possibilita' di scelta, e infatti, potrebbero loro stessi creare associazioni o cooperative per gestire una scuola in autonomia.

Per attuare un sistema del genere bisognerebbe non solo sfasciare lo stato, ma anche interessi corporativi che spesso bloccano ogni tipo di riforma e cambiamento. E bisognerebbe rivedere posizioni ideologiche. Per anni difendere il sacro principio della scuola pubblica non ha fatto che mantenere le condizioni di una scuola che e' sempre meno adeguata a rispondere alle esigenze di un paese complesso e in transizione.

Detesto i Clash (Apologia del Post-Punk)

Nel 1979 uscirono due album importanti:
London Calling dei Clash
Metal Box dei Public Image Ltd. guidati da John Lydon (ex Johnny Rotten dei Sex Pistols).

Il Punk era morto. Questi due album rappresentavano due modi diversi e opposti di intendere l'eredità del Punk.

Per i Clash il Punk era stato lo stimolo per un ritorno a "su connottu" (back to basics come dicevano loro): il rock (o punk-rock) inteso come musica per le masse, con tutte le caratteristiche annesse, ovvero un ritorno a forme e strutture semplici e immediatamente riconoscibili. A questo ritorno alle origini, si sposava un'immagine anti-sistema, testi vagamente impegnati, atteggiamenti "machisti", e un prendere terribilmente sul serio il proprio ruolo e la propria (ipotetica) importanza.

Dubito che questi atteggiamenti anti-sistema fossero davvero sinceri: in canzoni come "Complete Control" i Clash stigmatizzavano l'influenza delle case discografiche e dei loro modelli di business, ma -ah, l'ironia- lo facevano mentre producevano dischi per una grande casa discografica. E fa sorridere pensare a un gruppo che non esitava a corteggiare il pubblico e i media americani, ma cantava "I'm so bored with the USA".

Quando ero più giovane avevo ascoltato London Calling a ripetizione. Tutt'ora apprezzo canzoni  come "Spanish Bombs" e "Lost in the Supermarket".Ma quello che mi colpisce ora, riascoltando quest'album è quanto fosse musicalmente conservatore. A parte qualche felice episodio, il resto dell'album non faceva che tornare su vecchi schemi rock, triti e ritriti, appena appena "riammodernati" usando uno stile Punk. Canzoni come "Rudie can't fail" o "Wrong'em Boyo" suonano atroci a distanza di anni.

I Public Image Ltd. avevano un progetto completamente diverso. In particolare con il loro album Metal Box, i PIL volevano distruggere il rock. E lo facevano producendo una musica spigolosa, che usava certi elementi stilistici (per esempio linee di basso ispirate alla musica giamaicana) per riproporli in modo de-strutturato e shoccante. Era una musica senza compromessi, che non voleva essere piacevole, ma agitare e stordire. Un ottimo esempio è l'incredibile 'Chant', una "canzone" ispirata alla violenza negli stadi, e che rappresenta un'esperienza stordente e potente. Un altro ottimo esempio è 'Poptones': una canzone in cui John Lydon si immedesima nella vittima di uno stupro per descrivere in poche, lancinanti frasi una condizione di straniamento.

Metal Box sembrava l'equivalente della pittura espressionista, un'arte per provocare  e shoccare, mentre London Calling sembrava un quadro del realismo sovietico: un ritorno alla tradizione con l'intento di educare (e, in ultima analisi, manipolare) le masse.

I PIL rappresentavano del resto il meglio dello spirito del punk. Il punk non era stato tanto un movimento musicale, quanto un movimento concettuale. La musica punk, in se' e per se', non era stata cosi' innovativa: in molti casi si trattava di un ritorno al Rock n' Roll. Ma concettualmente, il punk aveva:
 (a) creato uno spirito iconoclasta e anarchico che ridicolizzava ogni pretesa autorità artistica e politica. Dopo il punk, per anni gli atteggiamenti messianici di certi 'giganti' dell'Olimpo del Rock (per es. Rod Stewart) erano diventati improponibili.
(b) introdotto un'etica del 'fai-da-te', un'etica di autonomia e indipendenza artistica in ogni aspetto della produzione culturale. Grazie anche ai progressi tecnologici (produrre dischi era diventato relativamente economico e facile), le band potevano produrre e distribuire i propri dischi, in questo modo mantenendo pieno controllo sul prodotto finale.

L'etica dell'autonomia aveva perciò aperto il campo a ogni tipo di musica e sperimentazione: a prescindere dalla bravura tecnica, e dal giudizio di critici e manager, chiunque avesse un'idea poteva produrla, trovando un pubblico e un mercato pronto ad ascoltare.

E infatti il periodo post-punk e' stato probabilmente uno dei periodi musicali migliori (molto meglio dei tanto decantati anni '60). Nel periodo post-punk ci fu un'esplosione di band e artisti che sperimentarono e crearono nuovi generi. Per citarne solo alcuni, dopo il '77 (l'anno del Punk), nacquero generi come il Gothic rock, il pop-elettronico, la re-invenzione dello Ska, e cosi' via. Simon Reynolds ha scritto un ottimo libro su questo periodo.

Infine, nello spirito iconoclasta e  anarchico del Punk, i gruppi post-punk avevano portato avanti una riflessione critica sui rapporti tra musica, arte, potere, capitalismo, e società, che era molto sofisticata e interessante. Per fare un esempio, i PIL avevano prodotto i vinili che comprendevano "Metal Box" in una scatola metallica: prendere i vinili dalla sua confezione metallica, inevitabilmente graffiava e rovinava il vinile. Non c'era atto più radicale di questo.

Per chi fosse interessato, ecco una playlist dei miei gruppi post-punk preferiti






Sfasciamo lo stato!

L'idea che abbiamo dello stato  è che dovrebbe dare assistenza e servizi ai cittadini. Diversi episodi negli ultimi tempi hanno dimostrato che anche stati ricchi nel mondo sono sempre meno capaci di svolgere questa funzione.
Per esempio, dopo il tragico incendio di Grenfell Tower a Londra, lo stato britannico e l'amministrazione comunale erano completamente assenti e incapaci di dare rifugio, pasti caldi, e supporto alle persone sfuggite alla catastrofe. Tutte queste cose erano state invece fatte da volontari e organizzazioni caritatevoli. A Austin, Texas, durante la recente alluvione i primi soccorsi non erano venuti dallo Stato o dall'Esercito, ma da cittadini che mettevano a disposizione i mezzi che avevano e cercavano di aiutare i propri vicini.

Sebbene non si possa generalizzare da questi episodi, e' pero' importante ricordare che al successo di una nazione o uno stato contribuisce il fatto di avere una sana società civile. Associazioni e organizzazioni di cittadini sono fondamentali. E lo sono perché possono riconoscere problemi e bisogni nel territorio, e coordinarsi per risolverli in modo immediato, pratico, e rispondente alle necessita' dei cittadini stessi. Parafrasando Alexis de Tocqueville, il modo più pratico per cambiare qualcosa non e' che i cittadini cerchino l'intervento del governo, ma,spesso, e' associarsi e coordinarsi per risolvere  il problema.

Come cittadini, ci aspettiamo anche che lo Stato difenda i diritti dei cittadini stessi e promuova il loro benessere collettivo. Altri esempi mostrano che purtroppo stati democratici possono tradire queste aspettative e, invece, favorire gli interessi di gruppi di persone o elites che cercano di ricavare una rendita da una posizione di privilegio.
Un esempio fatto da un economista qui,  mostra che gli Stati Uniti spendono circa il 18% del Prodotto Interno Lordo (PIL) nelle cure sanitarie: tuttavia, il servizio sanitario degli Stati Uniti ha prestazioni molto peggiori rispetto ad altri paesi dall'economia evoluta che spendono molto meno: per esempio, Francia e Germania spendono solo il 12% del PIL,ma l'aspettativa di vita e' molto più alta, come mostra il grafico qua sotto (estratto da gapminder: la grandezza dei cerchi rappresenta la percentuale di PIL speso per la sanità). 


Il problema negli Stati Uniti e' che lo Stato difende gli interessi di gruppi che vogliono trarre profitto dalla loro posizione di privilegio. I gruppi di case farmaceutiche riescono a usare il loro potere di lobbying per influenzare decisioni favorevoli ai propri interessi. Questo non e' solo nocivo per gli interessi dei cittadini, che ricevono un sistema sanitario inefficiente. Alla lunga, questo sistema e' anche negativo perché riduce le possibilità di innovazione: le case farmaceutiche che hanno un monopolio sul mercato, hanno meno incentivi a innovare e creare nuovi prodotti; nello stesso tempo, un monopolio mantenuto con la connivenza dello stato, preclude ad altri soggetti di piazzare prodotti innovativi sul mercato. Alla fine, il risultato e' inefficienza, stagnazione tecnologica, e -inevitabilmente- stagnazione economica

Ci aspettiamo che lo stato fornisca il terreno per dare opportunità a tutti i cittadini per contribuire, con il loro talento, inclinazioni, e ingegno, al bene collettivo. L'esempio del sistema sanitario negli USA dimostra che uno stato forte può invece favorire gli interessi di elites, che hanno tutto l'interesse a mantenere la propria posizione di rendita e di vantaggio, a danno di chi invece cerca di creare ricchezza.  
Per questi motivi, non penso che uno stato sardo forte, centralizzato, e nelle mani di una elite, possa essere una garanzia di prosperità o benessere per la Sardegna. Il problema della Sardegna, e la radice della sua stagnazione, non e' solo nell'essere subalterni allo stato italiano, ma sta nel fatto che non esistono in Sardegna istituzioni politiche ed economiche inclusive, ovvero che siano aperte all'iniziativa di tutti i cittadini che hanno il talento, l'ingegno, e l'iniziativa. Basta pensare, per esempio, come la burocrazia, la quale avrebbe -in teoria- il compito di garantire trasparenza, in Sardegna (come in Italia) sia diventata solo un mezzo per estrarre rendita da ogni iniziativa economica dei cittadini. 

L'alternativa può essere uno stato che da i mezzi ai cittadini di organizzare le proprie istituzioni per rispondere alle necessita' ed esigenze della comunità. Esistono diversi esempi di cittadini che si sono organizzati con successo per creare istituzioni pluraliste. Durante la Guerra Civile Spagnola, per esempio, la Catalogna era stata governata con successo seguendo principi anarchici di organizzazione collettiva, prima che questo esperimento fosse represso violentemente dal fronte comunista. O, per esempio, quando nella Repubblica d'Irlanda le banche chiusero per 6 mesi per sciopero, i cittadini riuscirono ad organizzare un sistema alternativo di valuta

Come ricordano i Laibach, lo Stato, con il suo 'monopolio sulla violenza legittima', non e' sempre garanzia di benessere, prosperità, e opportunità, che sia italiano, o sardo.

Processo e stato di diritto - di Ignazio Cuncu Piano

Carissmo Oliver:
qualche sera fa lessi un'altra tua riflessione - argomentata e polposa come sempre - sul processo
catalano.

Trattavi sul rapporto tra processo d'indipendenza e rispetto dello stato di diritto. Mi sono sentito abbastanza in sintonia con le tue parole. Sono d'accordo sul fatto che i catalani abbiano peccato di poco dialogo. Credo che se avessero agito allo stile “Scozia” da te descritto, avrebbero avuto anche loro ottime possibilità per sensibilizzare meglio l'opinione pubblica e approdare a un referendum meno compulsivo.

Ma come tu stesso affermi, le chiusure del Governo spagnolo a un dialogo più volte cercato hanno di certo scoraggiato un processo più lineare. Dove differisco parzialmente - ma forse non ti ho interpretato adeguatamente - è circa il rapporto tra stato di diritto e processo d'indipendenza.

 Mi spiego (il seguente esempio non si riferisce alla Catalogna): credo che una maturazione democratica verso l'autodeterminazione, frutto di un processo graduale, fibroso, serio, ampiamente argomentata e dialogata (stile Scozia) e vagliata da un referendum, sia un elemento già di per sé (cioè: naturalmente) di grande aderenza allo stato di diritto.
A questo punto, come tu sostieni, si dovrà cercare, inoltre, di convogliare il tutto nei canali
offerti dal diritto nazionale e internazionale, col fine di ottenere consenso anche da chi non sarebbe
d'accordo, come un maturo senso democratico auspicherebbe (della serie: “Non sono d'accordo ma
riconosco il tuo legittimo diritto di procedere in tal modo...”).
Ma se ciò non avviene, se coloro che interpretano il diritto nazionale e internazionale stentano o non sono disposti ad accogliere, a questo punto l'etnia in questione ha diritto a due opzioni a mio avviso di pari liceità: pazientare e auspicare la maturazione di tale consenso (nazionale/internazionale) o andare avanti e farsi lentamente spazio con le proprie forze (sempre in termini democratici) cioè: autolegittimare dal basso (dal demos) la propria autodeterminazione. A mio avviso tale decisione non sarebbe da dirsi populista, in quanto, l'etnia che persegue l'indipendenza ha sì tentato il cammino circa il riconoscimento, ma senza i risultati perseguiti.


In definitiva: credo che faccia parte dello stato di diritto insito nella dignità (e maturità) di un
popolo che un'etnia non ascoltata a livello internazionale e nazionale, oltrepassi lo stato di diritto costituito. Oltrepassi e non “infranga”
. Non quindi contrapposizione ma... superazione. Una
superazione, chiaro, come ultima istanza ad una prolungata negativa internazionale.

Inoltre bisognerebbe appurare se il diritto internazionale sia sufficientemente predisposto per
accettare un processo di autodeterminazione modernamente inteso
, o se ancora si debba arrivare alla costruzione di corpi legislativi internazionali che definiscano in modo più fruibile e attualizzato i
termini di tale processo. Credo in proposito che i concreti processi di autodeterminazione possano
essere di stimolo a tale adeguamento legislativo oggi molto necessario. Penso infatti che se la
Catalogna raggiungerà il proprio obiettivo
, altri popoli, in ambito UE (e oltre), saranno stimolati
verso lo stesso percorso (una vera arricchente novità per un'Europa “unita nella diversità”, lungi
dall'attuale omologante ordinamento UE).

Capisco quanto autoproclamare un'indipendenza senza consenso internazionale sia di enorme rischio (boicottaggi di vario genere e quant'altro). Capisco come, pur con regole chiare, un processo
d'indipendenza abbia ugualmente un'intrinseca complessità, variabile a seconda dell'indole
culturale/economica/politica dei popoli direttamente coinvolti. Capisco anche quanto, in termini di
stato di diritto il discorso sia fine, quanto i limiti siano labili e quanto sia facile fare confusione
(forse è quello che succede a me in questa riflessione).

Tuttavia non bisogna dimenticare che dietro le leggi ci sono gli uomini e le loro intenzioni. E se una legge pur sancita dallo stato di diritto, in sé buona e operativamente fruibile, viene impugnata da egemonie politiche/economiche che per evidenti secondi fini osteggiano ad oltranza l'autodeterminazione di un popolo... ebbene, quel popolo, sempre con scelte non violente, ha il diritto - scritto nella dignità umana e non in qualche comma... - di andare avanti ugualmente.
Gesù diceva duemila anni fa che la legge è fatta per l'uomo e non l'uomo per la legge (cf. Gv 2, 27).
Ovviamente il logion era rivolto alla legalista classe dirigente (religiosa e politica) israelita, ma
l'analogia può estendersi anche all'attuale diritto internazionale.



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Carissimo Ignazio

ti ringrazio per questa tua riflessione.
Ho cercato di sottolineare i lati positivi del processo catalano (la non-violenza, un processo partecipato nei media e nelle sedi politiche, ecc.), e sono d'accordo con te sul fatto che le istituzioni Europee in primo luogo, e quelle internazionali, sono generalmente impreparate o contrarie ad accettare le istanze di popoli come quello catalano, scozzese, e altri.

Tu parli di etnie (prima) e di popoli (poi) che hanno il diritto di autolegittimare dal basso il proprio desiderio di autodeterminazione e indipendenza.

In questa ambiguita' di termini (etnia / popolo) sta un problema che dovremmo affrontare: chi e' portatore di un diritto all'indipendenza?

Considerare l'etnia come il soggetto che ha diritto all'indipendenza, apre una strada rischiosa: considerare un soggetto politico esclusivo e chiuso, una etnia, basata su una identita' linguistica, o religiosa, ecc.  Chi non e' parte dell'etnia sara' escluso o assimilato (in modo violento) dall'etnia che ha ottenuto l'indipendenza.
Un popolo e' un soggetto politico piu' accettabile per me, se consideriamo che un popolo e' un gruppo che si riconosce in una storia comune. Ma anche questa definizione rischia di essere esclusiva: comunita' e gruppi che non si riconoscono in quella storia rischiano di essere esclusi o assimilati (piu' o meno violentemente).

Io preferirei parlare di cittadini, intendendo che una societa' ha bisogno di riconoscersi non tanto in una storia, ma in un progetto di societa', un progetto fatto di ideali su come la societa' che si vuole creare debba funzionare.

Questo processo dovrebbe comprendere un riconoscimento di buone pratiche e istituzioni che creano una societa' aperta. Una di queste istituzioni e' lo stato di diritto, una societa' basata sulla certezza e chiarezza delle leggi e del diritto.
Hai perfettamente ragione nel dire che il diritto deve servire gli uomini e i cittadini, ed e' purtroppo vero che in molte societa' dell'Occidente lo stato di diritto sta tradendo la sua funzione.
Come dice lo storico Niall Ferguson, "the rule of law has become the rule of law-yers" , che si potrebbe tradurre come lo stato di diritto sta diventando lo stato degli avvocati.
Le leggi poi non si adeguano subito  a riconoscere diritti che molti cittadini considerano quasi 'naturali' (vedi, per es., la situazione nel Nord Irlanda, dove vivo, che e' l'unico luogo nelle isole britanniche che non riconosce il diritto al matrimonio per coppie omosessuali).
Quindi i cittadini hanno diritto a perseguire il riconoscimento di questi diritti, in modo non violento.

Dove il processo catalano e' scaduto e', secondo me, nella leadership politica: i leader catalani hanno voluto forzare le tappe, e in questo hanno fatto un disservizio ai propri cittadini. Non era appropriato forzare le tappe per fare un referendum in un mese. Non era appropriato mandare i cittadini a votare di fronte alla minaccia della violenza della polizia: questo naturalmente non vuole assolvere la vergognosa condotta della polizia e istituzioni spagnole. Non era adeguato dichiarare l'indipendenza con un voto svoltosi nel caos e dove solo 43% degli aventi diritto hanno potuto prendere parte. Nel forzare queste tappe i leader catalani hanno chiamato in causa il popolo, ma una leadership matura avrebbe dovuto servire meglio il popolo garantendo il diritto di tutto il popolo ad avere un processo legittimato dalla massima trasparenza e apertura.

Quello che mi rattrista e' che queste forzature rischiano di aver polarizzato il discorso politico in Catalogna, e la polarizzazione rischia di alienare le simpatie anche di quelle persone che potevano diventare sostenitrici del processo di indipendenza. Questa polarizzazione e reazione dei moderati rischia di far perdere consenso agli indipendentisti alle prossime elezioni, e di dare una vittoria alla Spagna.
E questo rischia di avere ripercussioni in Sardegna, dove gli indipendentisti si sono schierati molto ideologicamente e acriticamente per il processo catalano, uscendo con questo povero comunicato.

La questione catalana, l'Europa, la globalizzazione

Sono stato piuttosto critico sul processo di indipendenza catalana: mi dispiace che il governo catalano abbia cercato di bruciare determinate tappe invece che lavorare con pazienza; e mi dispiace che -in modo opportunista- il governo catalano abbia enfatizzato il principio della sovranità popolare contrapponendolo, capziosamente, a quello dello stato di diritto.

La questione catalana però ripropone questioni politiche che dovranno essere pur affrontate per il futuro del progetto europeo.

 A. Il dibattito ha riproposto la questione dell'autodeterminazione dei popoli. E diversi esperti considerano che il diritto all'autodeterminazione è sancito in modo chiaro da trattati internazionali. Questi trattati hanno maggior autorevolezza delle costituzioni di uno stato. Un principio sancito e riconosciuto da trattati internazionali -come quello della libertà di autodeterminazione- , non può essere negato da una costituzione nazionale.

B. La questione catalana dimostra anche l'inadeguatezza di costituzioni come quella spagnola (e, va da sè, quella italiana) nell'affrontare problemi importanti come quello dell'autodeterminazione. Appellarsi alla Costituzione per negare diritti riconosciuti e conclamati, e pretendere nello stesso tempo di essere al di sopra delle parti e neutrali, è un atto di ipocrisia politica. Le Costituzioni non sono scritte sulla pietra, e non si può usare una costituzione per negare diritti universali. Alla fin fine, non avere una costituzione scritta (vedi la Gran Bretagna): la Gran Bretagna, non dovendo riscrivere la costituzione, ha potuto riorganizzarsi velocemente e flessibilmente per devolvere poteri alle sue nazioni "minoritarie", Scozia, Galles, Nord Irlanda.

C. Questioni così importanti come il principio di autodeterminazione forse costringeranno l'Unione Europea ad affrontare il problema: continuare a far finta che la questione catalana sia un problema interno alla Spagna, diventa sempre più imbarazzante.

D. Spesso si considerano le questioni di nazioni senza stato come la Catalogna una reazione contro la globalizzazione. In realtà, penso che le questioni dell'autodeterminazione siano un aspetto della globalizzazione e che si possa pensare l'autodeterminazione solo dentro un mondo globalizzato. Per esempio, il principio e l'esistenza dell'Unione Europea permette di pensare che "piccole" nazioni possano essere indipendenti, non dovendo contare sulle proprie limitate risorse per la propria difesa, o potendo contare su un mercato globale per i propri prodotti, invece che sul proprio (limitato) mercato interno.

 
E ci sono diversi aspetti positivi e virtuosi nel processo catalano, aspetti da cui dovremmo prendere esempio.

Gli indipendentisti catalani sono assolutamente ammirevoli nella loro pacata non-violenza, anche di fronte alla brutalità della polizia. Anche di fronte alla vergognosa e anti-democratica revoca dell'autonomia locale. Anche di fronte al vergognoso arresto di cariche politiche, i catalani continuano a mostrare un'ammirevole calma e dignitosa determinazione. In questa non-violenza anche di fronte alle provocazioni, i catalani sono un grande esempio.




Una lunga strada ancora da fare per i partiti sardi...

Le vicende della Catalogna interessano tutta l'Europa e stanno creando uno spazio per un dibattito. Purtroppo il dibattito è molto polarizzato, e questo anche per colpa sia delle istituzioni spagnole che quelle catalane. Quello che penso del processo di indipendenza catalano l'ho scritto qua. Aggiungo che in una democrazia, è fondamentale che a riconoscere l'autorevolezza di decisioni importanti siano per primi coloro che non sono d'accordo con quelle decisioni.

Un esempio virtuoso di questa autorevolezza era stato il referendum scozzese:

- La data del referendum era stata decisa 18 mesi prima, dando l'opportunità a tutte le parti interessate di organizzarsi e partecipare al dibattito; il referendum catalano era stato indetto ufficialmente un mese prima.
-  La decisione del parlamento scozzese di indire un referendum era stata legittimata in parlamento  mentre quella presa dal governo catalano non era stata apparentemente  legittimata dai 2/3 del parlamento, come avrebbe dovuto.
- Come in Catalogna, non esisteva un "quorum" per il referendum scozzese, ma l'ampia preparazione al voto aveva assicurato una partecipazione enorme sia al dibattito (il governo scozzese, per esempio, aveva inviato a tutti i cittadini un ampio dossier su come una Scozia indipendente sarebbe stata), che al voto.
Insomma, tutte queste differenze avevano permesso che nessuno in Scozia, sia che fosse contrario che favorevole all'indipendenza, potesse mettere in dubbio l'autorevolezza e la legittimità della decisione finale.

Non c'è dubbio che la Catalogna abbia dovuto giocare su un campo diverso rispetto alla Scozia: il governo spagnolo ha sempre rifiutato di accettare che la Catalogna potesse anche solo pensare di fare un referendum. Tuttavia le tappe forzate non permettono di considerare il governo catalano legittimato da un processo adeguato. Anche il solo fatto che l'indipendenza sia stata dichiarata con un voto svoltosi nel caos e a cui hanno partecipato solo il 43% degli elettori, mette in evidenza un serio problema di autorevolezza.

Volevo però riflettere sulle ripercussioni di questa questione in Sardegna.

La maggior parte dei partiti indipendentisti, compresa Sardegna Possibile, ha firmato questo comunicato.Il comunicato mette un evidenza un problema profondo:  mette in opposizione la legalità fondata sulla sovranità del popolo, a quella fondata sulle leggi.

Penso che questa sia una contrapposizione falsa, e una affermazione molto pericolosa, perchè dimostra una tendenza al populismo. È molto preoccupante che anche partiti come Sardegna Possibile che si propongono come partiti di governo della Sardegna, dimostrino di avere poco rispetto per il principio dello stato di diritto.
Viene da chiedersi come si propongono di governare questi partiti se per loro lo stato di diritto è semplicemente ribaltabile quando esiste "la volontà popolare".

Penso invece che lo stato di diritto sia la base di una democrazia vitale. Questo non vuol dire che il diritto è scritto per sempre, immutabile: ma la volontà popolare va esercitata in forme che assicurino l'autorevolezza del processo di cambiamento, non a base di plebisciti.

Per ribaltare questi argomenti, il partito indipendentista di maggior successo in Europa, Scottish National Party, avendo una maggiore cultura istituzionale, si è tenuto completamente alla larga dalla questione catalana, dicendo, per esempio che "ovviamente lo stato di diritto è importante; ovviamente la democrazia è importante. Ma non si può mettere l'uno contro l'altro, e questo è quello che Spagna e Catalogna hanno fatto".

Purtroppo sembra che per i partiti indipendentisti sardi la difesa dello stato di diritto non sia una cosa ovvia. Questa mancanza di cultura istituzionale non sarebbe un problema se i partiti sardi si proponessero di parlare ai convertiti. Diventa invece un problema quando si propongono di parlare ai moderati. Se infatti i partiti sardi non cambiano linguaggio e non maturano una cultura politica fatta di istituzioni, stato di diritto, e riforme, sarà davvero difficile convincere i moderati quando si ripresenteranno al voto.