Processo e stato di diritto - di Ignazio Cuncu Piano

Carissmo Oliver:
qualche sera fa lessi un'altra tua riflessione - argomentata e polposa come sempre - sul processo
catalano.

Trattavi sul rapporto tra processo d'indipendenza e rispetto dello stato di diritto. Mi sono sentito abbastanza in sintonia con le tue parole. Sono d'accordo sul fatto che i catalani abbiano peccato di poco dialogo. Credo che se avessero agito allo stile “Scozia” da te descritto, avrebbero avuto anche loro ottime possibilità per sensibilizzare meglio l'opinione pubblica e approdare a un referendum meno compulsivo.

Ma come tu stesso affermi, le chiusure del Governo spagnolo a un dialogo più volte cercato hanno di certo scoraggiato un processo più lineare. Dove differisco parzialmente - ma forse non ti ho interpretato adeguatamente - è circa il rapporto tra stato di diritto e processo d'indipendenza.

 Mi spiego (il seguente esempio non si riferisce alla Catalogna): credo che una maturazione democratica verso l'autodeterminazione, frutto di un processo graduale, fibroso, serio, ampiamente argomentata e dialogata (stile Scozia) e vagliata da un referendum, sia un elemento già di per sé (cioè: naturalmente) di grande aderenza allo stato di diritto.
A questo punto, come tu sostieni, si dovrà cercare, inoltre, di convogliare il tutto nei canali
offerti dal diritto nazionale e internazionale, col fine di ottenere consenso anche da chi non sarebbe
d'accordo, come un maturo senso democratico auspicherebbe (della serie: “Non sono d'accordo ma
riconosco il tuo legittimo diritto di procedere in tal modo...”).
Ma se ciò non avviene, se coloro che interpretano il diritto nazionale e internazionale stentano o non sono disposti ad accogliere, a questo punto l'etnia in questione ha diritto a due opzioni a mio avviso di pari liceità: pazientare e auspicare la maturazione di tale consenso (nazionale/internazionale) o andare avanti e farsi lentamente spazio con le proprie forze (sempre in termini democratici) cioè: autolegittimare dal basso (dal demos) la propria autodeterminazione. A mio avviso tale decisione non sarebbe da dirsi populista, in quanto, l'etnia che persegue l'indipendenza ha sì tentato il cammino circa il riconoscimento, ma senza i risultati perseguiti.


In definitiva: credo che faccia parte dello stato di diritto insito nella dignità (e maturità) di un
popolo che un'etnia non ascoltata a livello internazionale e nazionale, oltrepassi lo stato di diritto costituito. Oltrepassi e non “infranga”
. Non quindi contrapposizione ma... superazione. Una
superazione, chiaro, come ultima istanza ad una prolungata negativa internazionale.

Inoltre bisognerebbe appurare se il diritto internazionale sia sufficientemente predisposto per
accettare un processo di autodeterminazione modernamente inteso
, o se ancora si debba arrivare alla costruzione di corpi legislativi internazionali che definiscano in modo più fruibile e attualizzato i
termini di tale processo. Credo in proposito che i concreti processi di autodeterminazione possano
essere di stimolo a tale adeguamento legislativo oggi molto necessario. Penso infatti che se la
Catalogna raggiungerà il proprio obiettivo
, altri popoli, in ambito UE (e oltre), saranno stimolati
verso lo stesso percorso (una vera arricchente novità per un'Europa “unita nella diversità”, lungi
dall'attuale omologante ordinamento UE).

Capisco quanto autoproclamare un'indipendenza senza consenso internazionale sia di enorme rischio (boicottaggi di vario genere e quant'altro). Capisco come, pur con regole chiare, un processo
d'indipendenza abbia ugualmente un'intrinseca complessità, variabile a seconda dell'indole
culturale/economica/politica dei popoli direttamente coinvolti. Capisco anche quanto, in termini di
stato di diritto il discorso sia fine, quanto i limiti siano labili e quanto sia facile fare confusione
(forse è quello che succede a me in questa riflessione).

Tuttavia non bisogna dimenticare che dietro le leggi ci sono gli uomini e le loro intenzioni. E se una legge pur sancita dallo stato di diritto, in sé buona e operativamente fruibile, viene impugnata da egemonie politiche/economiche che per evidenti secondi fini osteggiano ad oltranza l'autodeterminazione di un popolo... ebbene, quel popolo, sempre con scelte non violente, ha il diritto - scritto nella dignità umana e non in qualche comma... - di andare avanti ugualmente.
Gesù diceva duemila anni fa che la legge è fatta per l'uomo e non l'uomo per la legge (cf. Gv 2, 27).
Ovviamente il logion era rivolto alla legalista classe dirigente (religiosa e politica) israelita, ma
l'analogia può estendersi anche all'attuale diritto internazionale.



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Carissimo Ignazio

ti ringrazio per questa tua riflessione.
Ho cercato di sottolineare i lati positivi del processo catalano (la non-violenza, un processo partecipato nei media e nelle sedi politiche, ecc.), e sono d'accordo con te sul fatto che le istituzioni Europee in primo luogo, e quelle internazionali, sono generalmente impreparate o contrarie ad accettare le istanze di popoli come quello catalano, scozzese, e altri.

Tu parli di etnie (prima) e di popoli (poi) che hanno il diritto di autolegittimare dal basso il proprio desiderio di autodeterminazione e indipendenza.

In questa ambiguita' di termini (etnia / popolo) sta un problema che dovremmo affrontare: chi e' portatore di un diritto all'indipendenza?

Considerare l'etnia come il soggetto che ha diritto all'indipendenza, apre una strada rischiosa: considerare un soggetto politico esclusivo e chiuso, una etnia, basata su una identita' linguistica, o religiosa, ecc.  Chi non e' parte dell'etnia sara' escluso o assimilato (in modo violento) dall'etnia che ha ottenuto l'indipendenza.
Un popolo e' un soggetto politico piu' accettabile per me, se consideriamo che un popolo e' un gruppo che si riconosce in una storia comune. Ma anche questa definizione rischia di essere esclusiva: comunita' e gruppi che non si riconoscono in quella storia rischiano di essere esclusi o assimilati (piu' o meno violentemente).

Io preferirei parlare di cittadini, intendendo che una societa' ha bisogno di riconoscersi non tanto in una storia, ma in un progetto di societa', un progetto fatto di ideali su come la societa' che si vuole creare debba funzionare.

Questo processo dovrebbe comprendere un riconoscimento di buone pratiche e istituzioni che creano una societa' aperta. Una di queste istituzioni e' lo stato di diritto, una societa' basata sulla certezza e chiarezza delle leggi e del diritto.
Hai perfettamente ragione nel dire che il diritto deve servire gli uomini e i cittadini, ed e' purtroppo vero che in molte societa' dell'Occidente lo stato di diritto sta tradendo la sua funzione.
Come dice lo storico Niall Ferguson, "the rule of law has become the rule of law-yers" , che si potrebbe tradurre come lo stato di diritto sta diventando lo stato degli avvocati.
Le leggi poi non si adeguano subito  a riconoscere diritti che molti cittadini considerano quasi 'naturali' (vedi, per es., la situazione nel Nord Irlanda, dove vivo, che e' l'unico luogo nelle isole britanniche che non riconosce il diritto al matrimonio per coppie omosessuali).
Quindi i cittadini hanno diritto a perseguire il riconoscimento di questi diritti, in modo non violento.

Dove il processo catalano e' scaduto e', secondo me, nella leadership politica: i leader catalani hanno voluto forzare le tappe, e in questo hanno fatto un disservizio ai propri cittadini. Non era appropriato forzare le tappe per fare un referendum in un mese. Non era appropriato mandare i cittadini a votare di fronte alla minaccia della violenza della polizia: questo naturalmente non vuole assolvere la vergognosa condotta della polizia e istituzioni spagnole. Non era adeguato dichiarare l'indipendenza con un voto svoltosi nel caos e dove solo 43% degli aventi diritto hanno potuto prendere parte. Nel forzare queste tappe i leader catalani hanno chiamato in causa il popolo, ma una leadership matura avrebbe dovuto servire meglio il popolo garantendo il diritto di tutto il popolo ad avere un processo legittimato dalla massima trasparenza e apertura.

Quello che mi rattrista e' che queste forzature rischiano di aver polarizzato il discorso politico in Catalogna, e la polarizzazione rischia di alienare le simpatie anche di quelle persone che potevano diventare sostenitrici del processo di indipendenza. Questa polarizzazione e reazione dei moderati rischia di far perdere consenso agli indipendentisti alle prossime elezioni, e di dare una vittoria alla Spagna.
E questo rischia di avere ripercussioni in Sardegna, dove gli indipendentisti si sono schierati molto ideologicamente e acriticamente per il processo catalano, uscendo con questo povero comunicato.

La questione catalana, l'Europa, la globalizzazione

Sono stato piuttosto critico sul processo di indipendenza catalana: mi dispiace che il governo catalano abbia cercato di bruciare determinate tappe invece che lavorare con pazienza; e mi dispiace che -in modo opportunista- il governo catalano abbia enfatizzato il principio della sovranità popolare contrapponendolo, capziosamente, a quello dello stato di diritto.

La questione catalana però ripropone questioni politiche che dovranno essere pur affrontate per il futuro del progetto europeo.

 A. Il dibattito ha riproposto la questione dell'autodeterminazione dei popoli. E diversi esperti considerano che il diritto all'autodeterminazione è sancito in modo chiaro da trattati internazionali. Questi trattati hanno maggior autorevolezza delle costituzioni di uno stato. Un principio sancito e riconosciuto da trattati internazionali -come quello della libertà di autodeterminazione- , non può essere negato da una costituzione nazionale.

B. La questione catalana dimostra anche l'inadeguatezza di costituzioni come quella spagnola (e, va da sè, quella italiana) nell'affrontare problemi importanti come quello dell'autodeterminazione. Appellarsi alla Costituzione per negare diritti riconosciuti e conclamati, e pretendere nello stesso tempo di essere al di sopra delle parti e neutrali, è un atto di ipocrisia politica. Le Costituzioni non sono scritte sulla pietra, e non si può usare una costituzione per negare diritti universali. Alla fin fine, non avere una costituzione scritta (vedi la Gran Bretagna): la Gran Bretagna, non dovendo riscrivere la costituzione, ha potuto riorganizzarsi velocemente e flessibilmente per devolvere poteri alle sue nazioni "minoritarie", Scozia, Galles, Nord Irlanda.

C. Questioni così importanti come il principio di autodeterminazione forse costringeranno l'Unione Europea ad affrontare il problema: continuare a far finta che la questione catalana sia un problema interno alla Spagna, diventa sempre più imbarazzante.

D. Spesso si considerano le questioni di nazioni senza stato come la Catalogna una reazione contro la globalizzazione. In realtà, penso che le questioni dell'autodeterminazione siano un aspetto della globalizzazione e che si possa pensare l'autodeterminazione solo dentro un mondo globalizzato. Per esempio, il principio e l'esistenza dell'Unione Europea permette di pensare che "piccole" nazioni possano essere indipendenti, non dovendo contare sulle proprie limitate risorse per la propria difesa, o potendo contare su un mercato globale per i propri prodotti, invece che sul proprio (limitato) mercato interno.

 
E ci sono diversi aspetti positivi e virtuosi nel processo catalano, aspetti da cui dovremmo prendere esempio.

Gli indipendentisti catalani sono assolutamente ammirevoli nella loro pacata non-violenza, anche di fronte alla brutalità della polizia. Anche di fronte alla vergognosa e anti-democratica revoca dell'autonomia locale. Anche di fronte al vergognoso arresto di cariche politiche, i catalani continuano a mostrare un'ammirevole calma e dignitosa determinazione. In questa non-violenza anche di fronte alle provocazioni, i catalani sono un grande esempio.




Una lunga strada ancora da fare per i partiti sardi...

Le vicende della Catalogna interessano tutta l'Europa e stanno creando uno spazio per un dibattito. Purtroppo il dibattito è molto polarizzato, e questo anche per colpa sia delle istituzioni spagnole che quelle catalane. Quello che penso del processo di indipendenza catalano l'ho scritto qua. Aggiungo che in una democrazia, è fondamentale che a riconoscere l'autorevolezza di decisioni importanti siano per primi coloro che non sono d'accordo con quelle decisioni.

Un esempio virtuoso di questa autorevolezza era stato il referendum scozzese:

- La data del referendum era stata decisa 18 mesi prima, dando l'opportunità a tutte le parti interessate di organizzarsi e partecipare al dibattito; il referendum catalano era stato indetto ufficialmente un mese prima.
-  La decisione del parlamento scozzese di indire un referendum era stata legittimata in parlamento  mentre quella presa dal governo catalano non era stata apparentemente  legittimata dai 2/3 del parlamento, come avrebbe dovuto.
- Come in Catalogna, non esisteva un "quorum" per il referendum scozzese, ma l'ampia preparazione al voto aveva assicurato una partecipazione enorme sia al dibattito (il governo scozzese, per esempio, aveva inviato a tutti i cittadini un ampio dossier su come una Scozia indipendente sarebbe stata), che al voto.
Insomma, tutte queste differenze avevano permesso che nessuno in Scozia, sia che fosse contrario che favorevole all'indipendenza, potesse mettere in dubbio l'autorevolezza e la legittimità della decisione finale.

Non c'è dubbio che la Catalogna abbia dovuto giocare su un campo diverso rispetto alla Scozia: il governo spagnolo ha sempre rifiutato di accettare che la Catalogna potesse anche solo pensare di fare un referendum. Tuttavia le tappe forzate non permettono di considerare il governo catalano legittimato da un processo adeguato. Anche il solo fatto che l'indipendenza sia stata dichiarata con un voto svoltosi nel caos e a cui hanno partecipato solo il 43% degli elettori, mette in evidenza un serio problema di autorevolezza.

Volevo però riflettere sulle ripercussioni di questa questione in Sardegna.

La maggior parte dei partiti indipendentisti, compresa Sardegna Possibile, ha firmato questo comunicato.Il comunicato mette un evidenza un problema profondo:  mette in opposizione la legalità fondata sulla sovranità del popolo, a quella fondata sulle leggi.

Penso che questa sia una contrapposizione falsa, e una affermazione molto pericolosa, perchè dimostra una tendenza al populismo. È molto preoccupante che anche partiti come Sardegna Possibile che si propongono come partiti di governo della Sardegna, dimostrino di avere poco rispetto per il principio dello stato di diritto.
Viene da chiedersi come si propongono di governare questi partiti se per loro lo stato di diritto è semplicemente ribaltabile quando esiste "la volontà popolare".

Penso invece che lo stato di diritto sia la base di una democrazia vitale. Questo non vuol dire che il diritto è scritto per sempre, immutabile: ma la volontà popolare va esercitata in forme che assicurino l'autorevolezza del processo di cambiamento, non a base di plebisciti.

Per ribaltare questi argomenti, il partito indipendentista di maggior successo in Europa, Scottish National Party, avendo una maggiore cultura istituzionale, si è tenuto completamente alla larga dalla questione catalana, dicendo, per esempio che "ovviamente lo stato di diritto è importante; ovviamente la democrazia è importante. Ma non si può mettere l'uno contro l'altro, e questo è quello che Spagna e Catalogna hanno fatto".

Purtroppo sembra che per i partiti indipendentisti sardi la difesa dello stato di diritto non sia una cosa ovvia. Questa mancanza di cultura istituzionale non sarebbe un problema se i partiti sardi si proponessero di parlare ai convertiti. Diventa invece un problema quando si propongono di parlare ai moderati. Se infatti i partiti sardi non cambiano linguaggio e non maturano una cultura politica fatta di istituzioni, stato di diritto, e riforme, sarà davvero difficile convincere i moderati quando si ripresenteranno al voto.

Democrazia e referenda (2)

I miei pensieri sul referendum catalano:
 
1.Usare la forza contro persone che pacificamente vogliono votare e' vergognoso e denota la matrice autoritaria e anti-democratica del governo spagnolo. Niente puo’ giustificare l’uso della violenza e l’abuso. 
 
2. La democrazia non si esprime unicamente nel voto o nei plebisciti, ma si esprime attraverso "checks & balances", contrappesi e misure di bilanciamento/moderazione che garantiscono che determinati processi siano condivisi e partecipati per garantire i diritti di tutti i cittadini.
Nel caso di Brexit, la democrazia avrebbe richiesto garanzie sui diritti di nazioni cosi’-dette "minoritarie" (es. Scozia), o garanzie sui diritti dei cittadini UE, per esempio.
Nel caso della Catalonia, una posizione bilanciata avrebbe richiesto un quorum per il voto, e il voto come l'inizio di un processo di negoziazione sulla forma di governo. Decidere di non avere un quorum per prendere una decisione talmente importante come indipendenza, o la dichiarazione di dichiarare l'indipendenza dopo due giorni dal voto, non mi sembrano cose che assicurino un processo di indipendenza condiviso e partecipato. 
 
3. Durante il referendum scozzese, c'è stato una grande partecipazione nel dibattito sul tipo di nazione che la Scozia sarebbe diventata dopo il referendum. Molte persone che non avevano mai partecipato alla politica si sono ritrovate coinvolte e appassionate, e sono nati diversi gruppi (per es. Common Weal http://allofusfirst.org/) che proponevano una visione di società’ per il futuro della Scozia. Potrei sbagliarmi, ma mi sembra che questo tipo di dibattito sia mancato in Catalonia. In parte la responsabilità e’ della Spagna, che ha cercato di reprimere ogni tentativo di voto con la forza e l’abuso di essa. Ma chiedere l’indipendenza senza un dibattito partecipato sulla forma di società che si vuole non mi sembra un esempio virtuoso di processo di indipendenza.
 
4. Che piaccia o no, l’indipendenza richiede anche la necessita’ del governo indipendentista di assumere autorevolezza agli occhi di altri governi. Dopo questo triste referendum dove -a quanto pare- hanno votato meno il 42% degli aventi diritto, la Catalonia non puo’ pretendere di avere autorevolezza e consenso di fronte ad altre nazioni. 
 
Rimango sempre più convinto che la Sardegna avrebbe bisogno di indipendenza per diventare prospera e maggiormente aperta e democratica, ma non penso che il caotico esempio catalano sia un esempio virtuoso, e spero che gli indipendentisti sardi possano rifletterci se vorranno avere il consenso di cittadini come me.

Brexit, globalizzazione, localizzazione,...e la Sardegna



Il voto nel referendum britannico che ha deciso l'uscita dall'Unione Europea, è stato visto come una rivolta contro la globalizzazione. Le zone periferiche che hanno perso le industrie che davano lavoro a tanti, e che, nello stesso tempo, hanno visto l'influsso di beni fabbricati in Cina o Vietnam, e l'arrivo di immigrati pronti a lavorare per lunghe ore per ottenere il salario minimo, avrebbero convinto queste regioni a "riprendere il controllo" sul loro paese.

Ma la globalizzazione è un fenomeno complesso. Sicuramente non è un fenomeno unidirezionale: non va solo in un senso. Se è vero che con la globalizzazione diventa più facile importare prodotti da altri paesi dove il costo del lavoro è molto più basso, è anche vero che unendo competenze locali con l'innovazione, prodotti da una una regione europea possono essere venduti con successo in altre parti delmondo. Oppure, se è vero che molti paesi subiscono l'influenza dei modelli culturali americani o anglosassoni, è anche vero che quei modelli possono essere usati per creare storie radicate nella cultura e storia locale, ma che hanno la possibilità di affascinare un pubblico internazionale (vedi il successo di produzioni televisive danesi come Borgen).

 Il problema è che l'uscita dall’UE difficilmente arresterà gli effetti perversi della globalizzazione, ma, al contrario, priverà le regioni "periferiche" del Regno Unito della possibilità di usare la globalizzazione a proprio vantaggio, come questo articolo spiega efficacemente.

Una struttura come l'UE che sta al di sopra degli stati, significa infatti che regioni "periferiche" e "minoritarie" all'interno dello stato hanno altri canali per creare opportunità economiche e ricevere fondi. Per quanto imperfetta, l'Unione Europea ha rappresentato un veicolo per diverse regioni per coordinarsi con altre regioni, per affermare i propri interessi economici, e per ricevere fondi per progetti importanti (per es. i fondi strutturali europei). L'esistenza di una struttura al di sopra dello stato permette almeno di avere uno spazio dove le regioni possono "giocare le proprie carte" in uno scenario globale, senza dover passare attraverso il controllo e la mediazione dello stato centrale (a Londra, come a Madrid o a Roma).

Uscire dall'UE e ridare il controllo a Londra, significherà probabilmente un maggiore accentramento di risorse, talenti, e investimenti nella capitale. Gli interessi di regioni "centrali" e maggioritarie come Londra saranno semplicemente troppo forti per immaginare che le regioni periferiche come Cornovaglia o Galles riusciranno a far valere i propri interessi: e in più, con l'uscita dall'UE, queste regioni non avranno un'altra piattaforma dove poter giocare le proprie carte.


 Non a caso, la Scozia ha votato nettamente a favore di rimanere parte dell’UE. Questo attaccamento alle istituzioni Europee non è un ideologico o romantico. La Scozia, avendo creato istituzioni locali che lavorano per gli interessi scozzesi, ha infatti usato le opportunità offerte dall'Unione Europea e la globalizzazione. Da quando ha riottenuto un parlamento e un governo locale, la Scozia ha infatti creato opportunità stabilendo uffici nelle istituzioni europee, facendo lobbying in Europa per far valere i propri interessi, riconoscendo le opportunità che l’Europa offriva, e connettendo la propria economia con quella di altre regioni in Europa. E ha fatto questo spesso agendo indipendentemente, aggirando il controllo e la mediazione di Londra. Insomma, la Scozia ha saputo trovare un ruolo per sè nell'UE, usando questa struttura come una piattaforma per connettersi con il resto d’Europa, badando ai propri interessi indipendentemente da Londra.

La Sardegna in questo gioco sembra ancora estremamente in ritardo, sia per poca frequentazione delle istituzioni europee, sia per mancanza di aspirazioni nel voler rappresentare direttamente gli interessi della Sardegna in contrasto con quelli del “governo amico” di turno a Roma. Gli indipendentisti sembrano anch’essi impreparati, troppo impegnati forse a occuparsi di questioni identitarie. Molti sembrano anche visceralmente ostili all'Unione Europea. Ma, sebbene non perfetta, una struttura sovra-statuale come l'UE è necessaria per creare opportunità per nazioni e regioni come Sardegna e Scozia: una fine ingloriosa dell'UE, e il ritorno di nazioni-stato centralizzate, non sarà un bel avvenire per nazioni come Scozia e Sardegna.





Chi ha bisogno dell'indipendentismo?



Scrissi questo circa un anno fa. Mi sembra ancora attuale, specie considerando che in Sardegna ancora non emerge un'alternativa credibile che abbia come orizzonte la Sardegna e l'interesse dei cittadini di Sardegna. Il titolo è volutamente provocatorio.

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Omar Onnis scrive che “La questione della autodeterminazione della Sardegna non è una questione tra le tante, […], bensì è LA QUESTIONE politica dei nostri anni.” Sono d’accordo. Penso infatti che l’autodeterminazione della Sardegna sia l’unica possibilità di colmare il deficit democratico in Sardegna: una Sardegna indipendente potrebbe permettere ai cittadini di Sardegna di esercitare un controllo più diretto e preciso su chi riceve il mandato di governare. E i cittadini sardi  potrebbero avere maggiore possibilità di influenzare le decisioni che li riguardano. 
Inoltre, l’autodeterminazione della Sardegna potrebbe permettere di migliorare le prospettive economiche della Sardegna,  facilitando politiche che rispondano agli interessi dei cittadini di Sardegna, contribuendo a creare benessere e prosperità.

Ma per fare tutto questo, probabilmente l’indipendentismo non ci serve.
Il problema dell’indipendentismo è in quell' –ismo attaccato all’obiettivo dell’indipendenza. 

L’indipendentismo in Sardegna è stato tradotto in ideologia senza però costruire una visione condivisa della società sarda da costruire prima e dopo l’indipendenza. Senza questa visione condivisa, l’indipendentismo sardo è rimasto solo un movimento, utile per atteggiarsi (magari vestendosi “a la sarda”, o cambiandosi il nome per farlo più sardo), ma velleitario e incapace di creare consenso.

Un movimento che si atteggia a ideologia senza averne le basi si coalizza facilmente nell’opporsi a quello che esiste.  I “grandi successi” dell'indipendentismo sono infatti tutte azioni contro qualcosa, basi militari, nucleare, ecc. Tutto giusto: peccato che nello stesso tempo l’indipendentismo abbia fallito nel proporre un'idea coerente di che tipo di futuro si vuole costruire per la Sardegna.  
Soprattutto, senza una idea di società futura, l’indipendentismo si è inevitabilmente ancorato su questioni “identitarie”. Per esempio la questione della “lingua”. Nel mettere al centro questioni come la lingua e cultura (cultura naturalmente “identitaria”), l’indipendentismo è ricaduto diverse volte nelle trappole di una visione fondamentalmente nazionalista ed esclusiva, dove cultura “identitaria” e lingua (Sa Limba, come se in Sardegna ce ne fosse solo una), fossero il fondamento dell’appartenenza alla Sardegna. I sardi invece continuano a comunicare con o senza “Sa Limba” e continuano a consumare e creare cultura anche senza preoccuparsi di quanto sia “identitaria” o meno.

La conseguenza dell’avere una base ideologica così vaga e pericolosamente nazional-identitaria,  è il fallimento dell’indipendentismo sardo nell’elaborare politiche che abbiano parlato in modo pragmatico di prosperità e sviluppo. Senza una visione sociale ed economica coerente, l’indipendentismo ha fallito nel dare risposte ai temi  basilari del fare politica, i temi economici e sociali.
E questo fallimento nell’articolare politiche economiche concrete non ha fatto che tenere lontani i ceti e le persone moderate dall’indipendentismo, come sottolinea Maurizio Onnis. 

 Il fatto che si continui, per esempio qua, ad augurare che gli indipendentisti si uniscano per “fare 4 o 5 cose” lo trovo deprimente. I cittadini sardi potranno anche essere d’accordo su queste 4 o 5 cose, ma chi aspira a governare la Sardegna dovrebbe dare risposte a questioni che vanno oltre le 4 o 5 questioni che gli indipendentisti propongono. Per essere credibili bisognerebbe avere una visione a tutto tondo, che includa economia, impresa, industria, educazione, trasporti, infrastruttura... Gli indipendentisti hanno spesso fallito nel dare risposte coerenti  a domande su queste questioni, spesso  più preoccupati dal compito di “creare coscienza nazionale”. 

La Sardegna avrebbe quindi bisogno di indipendenza, ma non dell'indipendentismo da 4/5 titoli. E come sottolinea Anghelu Morittu, forse l'unico modo per ripartire è partire dal governare il territorio, magari anche dall'opposizione, per cominciare ad acquisire una visione a tutto tondo.

Non possiamo tutti fare i ballerini

Ieri ho visto il musical Billy Elliot, ispirato dall'omonimo film. Billy Elliot è la storia di un bambino che si afferma nella danza classica pur vivendo nella comunità di minatori in lotta contro la chiusura delle miniere nell'Inghilterra degli anni '80.

Rivivere questa storia dopo Brexit fa uno stano effetto: non ho potuto fare a meno di pensare che il caos, l'incertezza, e la spaccatura che la Gran Bretanga vive ora siano gli effetti di ciò che era iniziato allora.

La Gran Bretagna sotto il governo di Margareth Thatcher è stato infatti il paese che si è mosso più velocemente e decisamente verso una economia "post-industriale".

La Gran Bretagna era un tempo il maggior produttore mondiale: nel 1870 il 46% dei prodotti della manifattura esportati nel mondo proveniva dalla Gran Bretagna. Per mettere questo dato in prospettiva, nel 2007 solo il 17% dei prodotti commerciati nel mondo proveniva dalla Cina, il maggior produttore mondiale. La manifattura e l'industria britanniche avevano cominciato a declinare nel dopoguerra, ma la dottrina neo-liberista attuata dalla Thatcher diede il definitivo colpo di grazia a quello che rimaneva della manifattura britannica. I governi conservatori e laburisti successivamente hanno continuato a seguire un modello di economia post-industriale, in cui l'economia diventa "economia della conoscenza" ed economia basata su servizi (per esempio, i servizi finanziari).

Tuttavia, una economia basata sulla conoscenza crea inevitabilmente un sistema sbilanciato. Chi possiede conoscenze e competenze, è ricompensato dal sistema. Chi non possiede conoscenze, magari perché non ha avuto opportunità per studiare, è destinato a essere tagliato fuori dall'economia.

Ma una economia basata sulla conoscenza e sui servizi è anche un modello economico insostenibile non solo per le disuguaglianze sociali che perpetua e accentua, ma anche perché, nonostante tanto parlare di economie "post-industriali" ed economia della conoscenza, il motore della prosperità di molte nazioni rimane la manifattura.

Nella manifattura si possono infatti migliorare i processi produttivi tramite innovazione tecnologica e tramite l'organizzazione di questi processi, aumentando così la produttività e il profitto dell'industria. Esistono invece limiti più severi alle possibilità di migliorare la produttività dei servizi: per esempio, un barbiere difficilmente può aumentare la sua produttività tagliando i capelli a più di un certo numero di persone in un'ora, a meno di non fare un pessimo lavoro.

La manifattura è anche basilare per una economia prospera perché molti dei processi che vengono creati per migliorare la produttività in questo settore spesso ispirano altri settori. Per esempio, i Paesi Bassi sono il terzo esportatore di prodotti agricoli nel mondo anche grazie a processi di produzione agricola ispirati ai metodi di produzione industriale (per es. il controllo computerizzato dei principi nutrienti).

Le conoscenze, che dovrebbero essere la base di una economia post-industriale, sono poi spesso incentivate e sostenute dal fatto che servono la produzione industriale.

La Brexit è stata interpretata come una rivolta di molti contro un sistema economico da cui comunità e individui si sono sentiti completamente tagliati fuori. In Gran Bretagna esisteva anche un certo orgoglio nell'essere "working class", di contribuire con il proprio lavoro a costruire un paese prospero. Tutto questo è sparito, anche perché la produzione industriale è stata "devoluta" a paesi come la Cina che garantivano bassi costi di produzione grazie a salari bassi.

In tempi recenti la scelta di spostare la produzione in altri paesi sta venendo rivalutata, e esiste una tendenza a "rimpatriare" la produzione industriale. Molti gruppi industriali si stanno infatti rendendo conto che spostare la produzione all'estero può ridurre costi, ma ha anche diversi svantaggi. Questi svantaggi includono il fatto che spostare la produzione all'estero rende più difficile cambiare i processi produttivi per rispondere alle esigenze del mercato e dei consumatori. Spostare la produzione all'estero aumenta anche il rischio che i prodotti e i processi di produzione vengano copiati e replicati (un rischio particolarmente reale in paesi come la Cina, dove la proprietà intellettuale non è molto protetta).

Mantenere la produzione entro le proprie mura ha invece il potenziale vantaggio di facilitare l'innovazione attraverso una interazione più diretta tra metodi di produzione, ricerca e sviluppo, e spesso, gli operai stessi.

Insomma, smantellare un sistema industriale e produttivo per basare l'economia sulla finanza, la speculazione (come quella finanziaria e immobiliare) e su servizi, non solo ha poco senso, ma ha anche alienato intere regioni e porzioni della popolazione in Gran Bretagna.

Anche in Sardegna sembra che l'idea di una economia post-industriale sia la visione di molti governi che si sono succeduti, e questo fatto è testimoniato da quanto il terziario sia il settore di occupazione dominante, mentre gli impiegati nell'industria sono declinati dopo gli anni '80, come il grafico qua sotto rappresenta.





Come ho scritto altrove, chi si candida a guidare la Sardegna dovrebbe pensare a politiche economiche diverse, forse anche riflettendo su processi e avvenimenti ben oltre il locale.



Referenda e democrazia: pensieri post-Brexit


Il risultato del referendum nel Regno Unito, dove una marginale maggioranza (51,9%) ha deciso di lasciare l'Unione Europea, ha aperto un dibattito accesso sui social media riguardo la democrazia. 

Alcuni sostengono che questioni complesse come quella di aderire all'UE non dovrebbero essere sottoposte alla volontà popolare tramite referendum. Altri mettevano  in rilievo che il voto per lasciare l'UE era prevalente in aree più povere e con meno istruzione, e, rivelando un atteggiamento elitario, mettevano in dubbio che queste fasce abbiano competenza per decidere su questioni del genere.

Voler negare alla volontà popolare il diritto di decidere su questioni complesse come l'adesione all'UE non mi sembra un atteggiamento molto democratico.

 Nonostante questo, il modo in cui il referendum si è svolto in Gran Bretagna ha rivelato diversi nodi da sciogliere. 

Una prima osservazione, per chi ha vissuto in prima persona questa campagna referendaria, è che il  dibattito sul voto non si sia centrato su fatti e dati, ma si sia stato un dibattito molto urlato, tutto incentrato su slogan e emozioni. Da una parte "Remain" ha fatto una campagna molto negativa, cercando di far preoccupare i cittadini riguardo le possibili (e reali) conseguenze negative dell'uscita. Nicola Sturgeon, che ne sa, aveva avvertito sui rischi di fare una campagna tutta negativa, ma non è stata ascoltata, e la sua voce fuori dalla Scozia non si è sentita molto. 

D'altra parte "Leave" ha fatto una campagna tutta basata sul tema dell'immigrazione da controllare, slogan sul "riprendere il controllo", dati gonfiati se non platealmente falsi. In tutto questo, nessuno è riuscito (o ha voluto) riportare il dibattito sui dati e sui fatti. Michael Gove, che ora si candida a guidare i Conservatori e il governo britannico, ha detto "i cittadini sono stufi degli esperti". Esiste allora davvero un problema se i cittadini non ascoltano gli esperti, o meglio, se gli esperti non hanno più l'autorevolezza di farsi ascoltare dai cittadini che votano. 

Qualcosa si è rotto, e se non esiste un modo di discutere su questioni importanti come queste ragionando su fatti e dati credibili, le decisioni prese non saranno ragionate. Il problema non è che i cittadini non istruiti votano, il problema è lo scollamento tra cittadini e chi dovrebbe portare strumenti di conoscenza (gli esperti) e chi dovrebbe esercitare leadership, i politici, e guidare il dibattito usando strumenti di conoscenza.

Le regole di questo referendum erano chiare, accettate da tutti, dunque il voto va rispettato per quello che è stato. 

Ma esiste un altro problema, che è quello che la democrazia non è solo, o semplicemente, la volontà della maggioranza, ma dovrebbe essere un sistema di contromisure e controlli ("checks and balances") che permetta la mediazione di interessi a volte contrastanti, e assicuri un terreno comune dove le decisioni della maggioranza abbiano autorevolezza.

 In questo referendum tutti questi sistemi di contromisure non ci sono stati, e questo è stato un altro errore di Cameron e della sua arroganza. 

È stato infatti irresponsabile fare un referendum sull'UE senza prima garantire un accordo sul Nord Irlanda che preservasse la sostanza degli accordi di pace nel caso vincesse  "Leave". Nessuno l'ha fatto, e ora ci si trova in una situazione che rischia di distruggere il frutto di accordi che hanno garantito il ritorno alla normalità di un paese distrutto da 30 anni guerra civile. 

Si sarebbe dovuto anche fare un accordo sulla Scozia, per garantire un processo che tuteli gli interessi di questa nazione. Nessuno l'ha fatto, e la maggioranza degli inglesi e dei gallesi ha calpestato molto incoscientemente le considerazioni di queste nazioni "minoritarie". Gli scozzesi e gli irlandesi (a nord e a sud del confine) hanno ben ragione di essere risentiti verso la maggioranza e questa idea di democrazia della maggioranza senza bilanciamenti. 

Anche in Inghilterra, un voto per maggioranza su una questione così importante sta letteralmente spaccando il paese e alcune delle storiche istituzioni democratiche come i due maggiori partiti britannici (Conservatori e Laburisti). Un voto per maggioranza senza bilanciamenti e che non è stato preceduto da una attenta riflessione per garantire autorevolezza a questo voto, sta determinando il rischio di una profonda spaccatura nel Regno Unito, una spaccatura che sembra minacciare l'esistenza stessa di questo paese.